Domenica XXXII del T.O. (B)

Mc 12,38-44
In quel tempo, Gesù [nel tempio] diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».
Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo.
Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

 

            Quando feci il servicio civile a Firenze, vivevo vicino la famosa Chiesa di Santa Croce che, oltre ad essere nota per la sua belleza, è famosa perchè lì vi sono sepolti dei grandi poeti. In molte chiese vi sono delle tombe, ma queste non danno notorietà alla Chiesa perché non si tratta di persone importanti, famose, influenti o ricche.
Ma avviciniamoci un pò più a delle realtà in cui viviamo. Nelle nostre parrocchie quando la domenica vi sono delle persone benestanti, ciò si nota, oltre che nell’ambiente per la sontuosità dei loro vestiti e la fragranza dei loro profumi, anche nella raccolta della collettà. Che in quella Chiesa oltre a queste persone benestanti vi siano anche dei poveri, non cambierà il bilancio di quella colletta. La loro presenza o assenza in quel contesto sociale ed económico rimarrebbe completamente indifferente.
Un ultimo esempio, uno di molti altri che potrei portare….. La raccolta che si fa per le feste patronali. Nella mia zona la gente è molto gernerosa perchè ci tiene che si realizzi una festa che faccia concorrenza alle feste patronali dei paesi vicini. Cos’è l’offerta di 50 centresimi di euro che potrebbe fare un bambino in confronto alle 50 o 100 euro che la gente offre abitualmente? La somma che può dare il bambino è irrisoria e non influisce minimamente sulla migliore riuscita e qualità della festa. Eppure per il bambino quella moneta offerta corrisponde alla rinuncia di una caramella, cosa che per lui non è affatto indifferente…..

            Nel vangelo di oggi si parla di persone importanti, imponenti, ricche, gli scribi, “che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti”. Si parla di ricchi che gettavano molte monete nel tesoro del tempio….. E poi si parla anche di una vedova povera che gettava nel tesoro del tempio “due monetine, che fanno un soldo […] TUTTO quanto aveva per vivere”.
La presenza o assenza della povera vedova in quel contesto diventa indifferente. Nessuno la ringrazia per il suo apporto inutile, umanamente parlando, e nessuno si rallegra o edifica per la sua presenza non influente. Cosa che non possiamo dire dei ricchi e delle persone importanti come gli scribi che molti volevano avere come amici per la loro influenza sociale ed economica.
Questa valutazione non rispecchia l’ottica di Gesù. Il vangelo utilizza il termine “superfluo” che ha un significato anche di “inutile” riguardo l’apportazione economica, se pur grande, dei ricchi e riguardo l’atteggiamento fastoso e di primazia degli scribi (da cui oltre tutto mette in guardia Gesù). Viceversa, la povera vedova è degna di ammirazione e Gesù si ferma a guardare, valorizzare e utilizza come esempio di insegnamento la vita e i gesti di questa persona.

            Dobbiamo porci una domanda che è fondamentale per la comprensione di questo vangelo: Perchè la povera vedova è andata nel tempio, nonostante l’inutilità della sua offerta e la criticità della sua condizione? Sono due elementi che oggi ci fanno desistere dai buoni propositi. Noi pensiamo: Se ciò che io posso apportare economicamente, per te risulta inutile, meglio lo tengo per me che mi risulta più che utile. E ancora: Dio mi ha abbandonato permettendo che io rimanessi vedova e senza nessuna risorsa economica (una delle condizioni sociali peggiori che potevano capitare ai tempi di Gesù), perchè mai devo tornare nel Suo Tempio a pregarlo io che non provo nessuna riconoscenza e gratitudine?
La presenza di questa povera vedova lì nel Tempio e il gesto che compie già ci fanno riflettere che il nostro atteggiamento di rifiuto e allontanamento non è legittimo. La donna va al Tempio e fa la sua offerta per amore a Dio e non per essere vista e lodata dagli uomini come avviene per gli atteggiamenti ipocriti degli scribi. Si compie in lei quel comandamento che riassume la pienezza della Legge che abbiamo ascoltato nel vangelo della domenica scorsa: “amerai il Signore tuo Dio con TUTTO il tuo cuore e con TUTTA la tua anima, con TUTTA la tua mente e con TUTTA la tua forza” e così pure si realiza nei poveri anche il secondo comandamento: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Infatti molto spesso i poveri sono i più generosi a condividere le poche cose che hanno. La prima lettura che ci presenta la liturgia di oggi parla appunto di una vedova disposta a condividere con il profeta Elia quell’ultimo pugno di farina e poco di olio che erano rimasti per se e suo figlio. Quella TOTALIATÀ che chiede il vangelo si realizza nella povera vedova. Gesù guarda la totalità e non la quantità.
I ricchi e gli scribi non operavano per amore a Dio ma per un orgoglio personale, alimentare il proprio egoísmo. Non c’è posto per Dio nel loro cuore e non c’è sensibilità per le esigenze del prossimo, anzi, al contrario, il vangelo dice di loro che: “divorano le case delle vedove”.

            Voglio chiarire che la condanna non è per la persona ricca per possedere molti soldi o per lo scriba solo per il fatto di essere scriba. Ci saranno ricchi e scribi santi e poveri dannati, ma come Gesù guarda il cuore, anche noi dobbiamo imparare ad analizzarci nel profondo.

1. Qual è lo spirito che mi muove a fare le cose?
La vanagloria? Il successo? L’apprezzamento da parte degli altri? Il sentirmi bravo e migliore degli altri?
2. Quanto sono disposto a offrire per amore di Dio e del prossimo?
Il superfluo? Un poco? Molto? TUTTO quello che riesco a dare oggi?
3. Sono onesto con me stesso che quando dico tutto è veramente TUTTO?

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Domenica XXV del T.O. (B)

Mc 9,30-37

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.
Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».
E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

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XXII Domenica del T.O. (B)

Mc 7,1-8.14-15.21-23

In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme.
Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti –, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?».
Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto:
“Questo popolo mi onora con le labbra,
ma il suo cuore è lontano da me.
Invano mi rendono culto,
insegnando dottrine che sono precetti di uomini”.
Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini».
Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». E diceva [ai suoi discepoli]: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».

 

Questa domenica parteciperò alla Santa Messa:

Eucaristía è azione di grazie: partecipo con quella gioia nel cuore e riconoscenza a Dio per il dono della vita e di ogni istante vissuto con le sue gioie e sofferenze?

Nell’ atto penitenziale chiederò perdono a Dio per i miei peccati. Riconoscerò veramente dove ho sbagliato e cercherò di cambiare quegli aspetti negativi? Metterò me stesso come modello di confronto decidendo da me ciò che è buono da ciò che è sbagliato o guardo Gesù maestro come Via, Verità e Vita?

Dispongo la mia mente e il mio cuore ad ascoltare la voce di Dio che mi parla personalmente attraverso i testi liturgici? Sta parlando a me, proprio a me, direttamente a me.

La richiesta di perdono nell’atto penitenziale e l’ascolto della voce di Dio nelle letture si trasformano nel mio cuore in preghiera affinché ottenga la grazia di operare il passaggio dalla teoria alla pratica, dal celebrato al vissuto?

All’offertorio parteciperò con qualche moneta nella cesta per le necessità della parrocchia o offrirò tutto me stesso nell’altare, per amore al Padre, in unione a Cristo, nel suo corpo mistico che è la Chiesa? Mi farò dono come il grano disposto a lasciarsi lavorare e trasformare in farina e in pane assieme agli altri chicchi di grano che sono i fratelli? Combatterò quell’individualismo che c’è dentro ciascuno di noi e mi aprirò all’altro accogliendolo con i suoi pregi e difetti, cercando di scorgere lo spirito di Dio che abita in lui?

Alla Consacrazione mi inginocchierò con la consapevolezza che lo Spirito Santo oltre a consacrare il pane e il vino sull’altare, scende a consacrare anche me che sono chiamato ad essere tempio dello Spirito Santo, tabernacolo vivente, il Cristo nel mondo? O rimarrò in piedi come segno di rispetto verso qualcosa di importante che sta facendo il sacerdote ma che a me non coinvolge personalmente?

Aprirò la mia bocca alla preghiera del “Padre Nostro” con la consapevolezza di essere figlio nel Figlio, fratello di coloro che mi circondano come una Famiglia riunita attorno alla stessa mensa e non come persone estranee sedute al bancone di un bar? È una preghiera recitata al plurale. Faccio veramente mie le necessità, le sofferenze, i progetti degli altri? Presto attenzione a quella clausola che si fa presente e reale in ogni aspetto della messa e in ogni preghiera?: “Perdona i nostri debiti così come noi li perdoniamo ai nostri debitori? Ascoltaci, così come noi siamo disposti ad ascoltare coloro che ci chiedono? Aiutaci, così come noi siamo disposti ad aiutare coloro che hanno bisogno di noi?”

Il segno della pace avrà per me quel senso di nuovo vincolo di amicizia con lo sconosciuto, con la stessa intensità con cui Gesù apparendo ai suoi apostoli dopo la resurrezione lì saluto col saluto della pace? Custodirò e alimenterò quel nuovo vincolo di amicizia cominciato con una stretta di mano per arrivare all’unione del cuore, oppure rimarrà un rito vuoto che non lascia nessun segno e l’altra persona rimarrà una perfetta estranea con cui neppure ci si saluterà in successivi incontri?

E infine la Comunione. L’Eucaristia è comunione perfetta con Dio, con se stessi e con i fratelli. La stessa carne, lo stesso sangue, la stessa grazia, circolano nel nostro corpo e nel nostro spirito. Sin da adesso siamo fratelli per l’eternità; non per il sangue destinato a scomparire con la morte ma per lo Spirito di Dio che rimane per sempre. Siamo una cosa sola con gli altri e siamo una cosa sola con Cristo. Da questo momento siamo i suoi occhi, la sua voce, il suo sorriso, le sue mani e i suoi piedi nel mondo.

La gioia di Cristo sia la nostra forza dice una delle monizioni finali. La gioia dell’incontro con Cristo nella celebrazione deve darci il desiderio e la forza di mettere in pratica ciò che abbiamo celebrato. La messa non finisce, adesso deve diventare vita vissuta.
Se oggi nel partecipare e vivere la Santa Messa non è cambiata qualcosa nel mio modo di essere, di agire e di pensare, la celebrazione rimane un rito vuoto dove onoriamo Dio con le labbra ma che il nostro cuore rimane lontano da Lui.

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Domenica XVII del T.O. (B)

Gv 6,1-15

In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.
Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».
Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini.
Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano.
E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

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XIII Domenica del T.O. (Anno B)

Commento Biblico alla XIII domenica del T.O. (Anno B)

 

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 5,21-43. 
In quel tempo, essendo passato di nuovo Gesù all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla, ed egli stava lungo il mare. 
Si recò da lui uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, vedutolo, gli si gettò ai piedi 
e lo pregava con insistenza: «La mia figlioletta è agli estremi; vieni a imporle le mani perché sia guarita e viva». 
Gesù andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno. 
Or una donna, che da dodici anni era affetta da emorragia 
e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando, 
udito parlare di Gesù, venne tra la folla, alle sue spalle, e gli toccò il mantello. Diceva infatti: 
«Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita». 
E subito le si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo che era stata guarita da quel male. 
Ma subito Gesù, avvertita la potenza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi mi ha toccato il mantello?». 
I discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che ti si stringe attorno e dici: Chi mi ha toccato?». 
Egli intanto guardava intorno, per vedere colei che aveva fatto questo. 
E la donna impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. 
Gesù rispose: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Và in pace e sii guarita dal tuo male». 
Mentre ancora parlava, dalla casa del capo della sinagoga vennero a dirgli: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». 
Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, continua solo ad aver fede!». 
E non permise a nessuno di seguirlo fuorchè a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. 
Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava. 
Entrato, disse loro: «Perché fate tanto strepito e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». 
Ed essi lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della fanciulla e quelli che erano con lui, ed entrò dove era la bambina. 
Presa la mano della bambina, le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico, alzati!». 
Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare; aveva dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. 
Gesù raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e ordinò di darle da mangiare. 

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Natività di s. Giovanni Battista (B)

Lc 1,57-66.80

Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei.

Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccarìa. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome».

Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio.

Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui.

Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.

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XI Domenica del Tempo Ordinario (anno B)

Commenti all’XI Domenica del Tempo Ordinario (anno B)

VANGELO
Mc 4,26-34

È il più piccolo di tutti i semi, ma diventa più grande di tutte le piante dell’orto.

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».
Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra».
Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.

Parola del Signore 

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X Domenica del Tempo Ordinario

Mc 3,20-35

Entrò in una casa e si radunò di nuovo attorno a lui molta folla, al punto che non potevano neppure prendere cibo. Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: «È fuori di sé». Ma gli scribi, che erano discesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del principe dei demòni». Ma egli, chiamatili, diceva loro in parabole: «Come può satana scacciare satana? Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non può reggersi; se una casa è divisa in se stessa, quella casa non può reggersi. Alla stessa maniera, se satana si ribella contro se stesso ed è diviso, non può resistere, ma sta per finire. Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire le sue cose se prima non avrà legato l’uomo forte; allora ne saccheggerà la casa. In verità vi dico: tutti i peccati saranno perdonati ai figli degli uomini e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito santo, non avrà perdono in eterno: sarà reo di colpa eterna». Poiché dicevano: «È posseduto da uno spirito immondo».
Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare. Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: «Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano». Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre».

 

Il Vangelo di oggi comincia con la descrizione dell’ambiente: Gesù entra in una casa; qualcuno lo vede comincia a diffondere la notizia. Non si parla d’altro nella comarca …. c’è Gesù!!

Ma chi è questo Gesù?

Un profeta!

È Giovanni il Battista che è tornato…

No, no, è il Messia che stiamo aspettando…..

Ma che dici… È solo un pazzo…. Uno dei tanti messia di turno come dicono i sacerdoti del tempio.

Sì, infatti… Dicono che è figlio di un falegname e cerca di crearsi un ruolo che gli dia una certa importanza.

Io non so chi sia… Però so cosa fa…. Ho visto con i miei occhi che da la vita ai morti, la speranza ai disperati, la salute agli ammalati e dell’amore fa il suo centro.


Quanti commenti attorno a Gesù, commenti positivi, commenti negativi che dividono le opinioni e le scelte. In molti vanno verso di Lui, altri rimangono fermi nel dubbio, altri si allontanano da Lui. Ma la verità è che, o in un modo o nell’altro, è presente in tutti…. Non passa inosservato.


Quelli che vanno da Gesù sono in tanti. Il Vangelo parla di una folla che riempie una casa fino al punto da creare una situazione incomoda, non ci si poteva muovere…. non potevano prendere neppure cibo.
Chissà se, i giovani di oggi avessero il coraggio di guardare Gesù, non riconoscerebbero in lui degli aspetti in comune, cioè, che Gesù non si faceva molti scrupoli nell’avere scatenato una baraonda….!?!  🙂
“Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: << è fuori di se>>”. A tutti piacciono gli applausi…. ma nel pubblico non possiamo trovare sempre tutti d’accordo e a favore. Il Vangelo dice che i suoi uscirono per andare a prenderlo…perché? per far cosa? Mettersi al suo fianco e sostenerlo o per convincerlo a desistere e tornare a casa affinché si calmassero le acque nel paese turbato? Così facendo avrebbero incontrato la comprensione e compassione della gente. Noi cosa avremmo fatto al loro posto e cosa facciamo oggi? Usciamo allo scoperto per metterci al lato di Gesù e della sua Chiesa? Restiamo indifferenti dicendo io non lo conosco, non c’entro niente con Lui e la sua Chiesa, non spetta a me intervenire….
O ci mettiamo contro di Lui, dalla parte dei potenti e dei più numerosi, giudicandolo, condannandolo, marcandolo negativamente: “Costui è posseduto da Beelzebùl” e opera come un demonio e per conto del demonio?


Quante prove il povero Gesù, quanti ostacoli, quante disapprovazioni…..
Eppure lui non si arrende, non si dispera, non retrocede, non si altera, non attacca ma utilizza ogni situazione trasformandola in occasione di annuncio e riflessione. “Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non può reggersi”. Lo stesso vale per il Regno dei Cieli. Per questo Gesù ci insiste nel mantenere l’unità attraverso il vincolo dell’amore.

Questo messaggio solo in pochi riescono a comprenderlo, quelli che erano seduti attorno a Lui per ascoltarlo e non giudicarlo. Sono lì per seguirlo e compiere la Sua volontà e non per chiedere miracoli col fine di piegare la volontà di Dio ai propri interessi e capricci. Costoro sono i veri fratelli, sorelle e madre di Gesù, la sua famiglia.

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IV DOMENICA DI PASQUA (anno B)

Gv 10,11-18

In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.

Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.

Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

 

          Il Vangelo di oggi possiamo definirlo come un vero e proprio “Manuale del Pastore” e non solo, ma di chiunque è chiamato alla cura amorosa verso qualcuno. Il titolo di questo manuale è: “IO SONO IL BUON PASTORE”.

          Il manuale comincia presentando la scena di cui è composta la realtà che ci circonda: ci sono pastori, lupi, pecore.

I pastori sono gli addetti a pascolare e custodire le anime, le persone….sono il papa, i vescovi, i sacerdote….ma non solo. Tutti coloro che sono stati messi a capo e responsabilità di un’altra persona, o di una famiglia, gruppo, squadra di lavoro, con scopi sociali, politici o religiosi, costoro possono, o meglio dire, dovrebbero attingere a questo manuale per poter fare un’auto analisi e domandarsi: “Sono io un buon pastore?”.

I lupi rappresentano tutti i nemici della vita, del bene, dell’anima, della persona, della società, della felicità…. Rapiscono e disperdono con l’unico fine di portare alla morte in ogni suo aspetto.

Le pecore rappresentano ogni persona creata da Dio per vivere in pienezza la sua vita terrena e camminare verso la eterna, godendo dei verdi pascoli terreni e celesti, in serenità e totale sicurezza.

          Dopo aver presentato questi tre gruppi, pastori, lupi e pecore, comincia a scendere nel profondo facendo una differenza e creando dei sottogruppi:

All’interno del gruppo “pastori” troviamo i sottogruppi “pastori buoni” e “mercenari” e ne sottolinea le abissali differenze. Stessa cosa accade con il gruppo “pecore” che vengono raggruppate in due sottogruppi: “le mie pecore” e le “pecore in generale”.

Ma andiamo nello specifico. Questo testo, questo manuale, comincia con il titolo “Io sono il buon pastore” presentando già Cristo come l’unico vero modello di pastore  da seguire e imitare. Al titolo segue direttamente una frase che racchiude in breve l’intero contenuto del manuale; spiega perchè Cristo è veramente il buon pastore e non è un’auto affermazione che fa di sé senza validi riscontri: “Il buon pastore dà la propria vita per le pecore”. Parallelamente affianca la figura del mercenario e inmediatamente lo mette fuori dall’appartenenza ai pastori proprio perché le sue attitudini non sono consone a questo ruolo.

Il mercenario è colui che svolge un’attività al SOLO SCOPO di trarne un guadagno. Gesù stesso ha affermato che chi lavora ha diritto alla sua ricompensa (cfr. Lc 10,7), ma lo spirito che ci spinge a svolgere bene, con competenza, passione, professionalità, giustizia quel lavoro deve essere una risposta alla chiamata di Dio a partecipare alla Sua opera di creazione (cfr. Gen 2,15) e l’amore verso il fratello bisognoso in cui Dio stesso vive (cfr. Mt 25, 31-46).

Nella vita ognuno di noi ha un compito, un lavoro, una famiglia da mandare avanti, i genitori da accudire in vecchiaia, persone da accudire all’interno di un’associazione. Chi ha fede sente questo come una chiamata di Dio, chi non ha fede la sente come un dovere morale, ma alla fine lo scopo è lo stesso. Quando a muoverci è il solo scopo del guadagno….e non mi riferisco solo al guadagno economico ma guadagno in senso ampio come notorietà, importanza, prestigio, successo, amore, gioia, sicurezza, salute, stima, affetto e cosí via…..al vedere minacciato anche uno solo di questi aspetti non dubitiamo a mollare tutto e fuggire perché chiusi nel nostro egoísmo e disinteressati del gregge che ci è stato affidato. Unico scopo è il guadagno e non si contemplano perdite…. Per questo il mercenario fugge alla vista del lupo abbandonando il gregge e mettendo al sicuro la propria vita. Cosa totalmente opposta fa Gesù Cristo, il buon pastore, che dà la sua vita per salvare il gregge: umanamente parlando quella di Gesù è una perdita totale in salute, gioia, sicurezza con la sua passione e morte in croce; perdita in notorietà, importanza, prestigio in coloro che credevano e speravano in lui come il liberatore di Israele ma poi rimasero delusi; perdita in affetto e amore degli apostoli che dovevano stargli accanto rimanendo svegli e pregando con Lui nel Getsemani e poi vicini sotto la croce…. ma fuggirono e lo abbandonarono….

L’essere mercenario è un aspetto presente in molti di noi più di quanto pensiamo…. Si rompe la famiglia perché non sento l’amore di una volta verso mia moglie o mio marito (…nel mio egoísmo mi domando: che guadagno ne ho?). Si lascia la vita religiosa o sacerdotale perchè non ci guadagno più quella pace e serenità di una volta, non sento la comunione con i confratelli, non ci trovo quella realizzazione, quella pienezza, entusiasmo e ci perdo la salute……..cioè, non ci guadagno più!! Voglio cambiare parrocchia, lavoro, paese, o semplicemente gruppo di amici perchè qui non mi sento valorizzato come persona e non vengono risaltati i miei talenti, mi sento messo in ombra….cioè non ci guadagno come dovrei e potrei!! Mi tiro fuori da gruppi parrocchiali o progetti sociali perchè mi assorbono tempo, energie…uno spreco più che un guadagno. Voglio vivere libero e senza legami così da prendere ciò che serve a me e solo a me…..però voglio vivere anche la carità verso l’altro, quando lo sento dentro, così da sentirmi apposto con la coscienza e sentirmi orgoglioso di me stesso (…al centro del mondo io e solo io!!).

Il buon pastore protege, conosce, guida, dedicando tutta la sua vita e la offre fino alla morte. Il mercenario non ha quel senso di appartenenza, non ha interesse ed è facile ad abbandonare.

          Per quanto riguarda le pecore anche lì abbiamo un sottogruppo che le distingue e sono “le MIE pecore”. Ciò che le distingue alle altre è una conoscenza reciproca fra pecore e pastore, paragonata alla conoscenza che il Padre ha di Gesù e Gesù del Padre. Una conoscenza única e speciale. Molti conoscevano Gesù ma solo il Padre ne conosce la vera natura. E così anche nessuno conosce al Padre perché nessuno lo ha visto. Solo il Figlio conosce il Padre perché da Lui è stato generato e con Lui ha vissuto. Non si parla quindi di una conoscenza esteriore e superficiale ma intima e totale. Così è anche la conoscenza fra pecore e pastore.

Altra caratteristica è che le SUE pecore riconoscono la voce del pastore distinguendola alla voce di un estraneo; la riconoscono come voce amica di cui fidarsi e nella fiducia ascoltano e seguono. Le pecore che Gli appartengono, anche se proveniente da recinti diversi, vivono una unione speciale, oltre che con il pastore anche fra di loro: “…diventeranno un solo gregge, un solo pastore”, quella unità della Chiesa che tanto Gesù chiede.

                Questo manuale ha una conclusione. Come in un altro testo del Vangelo di Giovanni riporta le seguenti parole: “In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui” (Gv 14,21-26 ), così anche il testo di oggi riafferma lo stretto legame fra amore, libera adesione alla volontà di Dio e osservanza dei Suoi comandamenti.

          Ciascuno di noi esaminando la propia condotta deve calarsi in ciascuno dei ruoli presenti in questo Vangelo.

Nel ruolo delle “pecore” mi ritrovo fra quelle che Gesù definisce “le mie pecore”? ….ma non per il semplice fatto che mi piacerebbe essere dei suoi, ma piuttosto perché realmente l’amore verso Dio mi spinge a una ricerca e una conoscenza profonda di Lui? Riconosco e ascolto la sua voce che mi parla attraverso la Sacra Scrittura, la Chiesa e una retta coscienza? Cerco di mettere in pratica i Suoi insegnamenti e comandamenti? Mi sento una cosa sola con tutti i battezzati e contribuisco a costruire questa unità?

Come pastore sono mosso da un desiderio di guadagno personale o tengo a cuore il bene del “gregge” che mi è stato affidato proteggendolo e guidandolo con amore e con l’esempio donandomi totalmente?

Mi sforzo e riesco a dominare quel “lupo” che c’è in me, frutto del peccato, che scaturisce dall’invidia, dalla gelosia, dall’egoismo, dalla superficialità, dal rancore e ogni desiderio di vendetta?

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II DOMENICA DI PASQUA (anno B)

 

Gv 20,19-31

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Il vangelo di oggi ci parla di quel famoso giorno che cambio` la vita dei credenti: il primo giorno della settimana, la domenica, il giorno della resurrezione di Cristo.
Il vangelo ci presenta in quello stesso giorno due scene opposte destinate a fondersi. In questa fusione si completera` quel processo della resurrezione che e` cominciata con Cristo e arriva a compimento nella vita di ogni credente.
Da una parte abbiamo un sepolcro aperto…..dall’altra una porta chiusa. Da una parte c’e` movimento, incontro….. dall’altra c’e` isolamento, staticita`. Da una parte una manifestazione di vittoria, trionfo….dall’altra uno stato d’animo di sconfitta. Da una parte si parla di pace……dall’altra di paura.
Come possiamo vivere questo passaggio da chiusura, staticita`, isolamento, paura, sconfitta… ad….. apertura, movimento, incontro, trionfo, pace? Questo “passaggio” che non e` altro che la Pascua avviene con Gesu` al centro della nostra vita. Dice il brano di oggi che Gesu`”stette in mezzo a loro“. Dalle azioni di Gesu` ci vengono indicate tre condizioni fondamentali per vivere questo passaggio:

1) Sentire vicino a noi la presenza di Gesu` e il conforto. Non dobbiamo sentirci soli perche` la solitudine ci scoraggia.
2) Uscire da noi stessi, dall’essere ripiegati su noi stessi, sul nostro dolore, ma guardare verso Lui, le Sue piaghe, segno del grande amore per ciascuno di noi, che siamo stati salvati a caro prezzo.
Altro messaggio che ci trasmettono quelle piaghe e` che qualunque croce portiamo sulle spalle e che sembra ci stia uccidendo, non ha il potere di tenerci inchiodati e sospesi per sempre e nessun sepolcro ci terra` imprigionati per sempre. Cristo ne e` l’esempio.
3) Proprio perche` il sepolcro non puo` tenerci inprigionati ed e` Cristo stesso a muovere la grande pietra che chiude i nostri sepolcri, ci manda fuori, nel mondo, verso l’altro, a predicare, ad amare, a guarire… Proprio come il Padre ha mandato Gesu` nel mondo cosi` adesso Gesu` manda noi. Gesu` ha tolto la pietra e ha soffiato su quei discepoli e lo stesso fa con noi con il soffio dello Spirito per ridare vita a quelle ossa morte. Compie in noi una nuova creazione, ci rida` vita e ci ordina di venire fuori dai sepolcri cosi` come fece con il suo amico Lazzaro.
Quanti cristiani oggi pur avendo avuto tolta la pietra del sepolcro e avendo ricevuto il dono dello Spirito Santo rimangono dentro il sepolcro e da li guardano verso fuori ma senza uscire…. Questi sono coloro che vivono un eterno lutto per la perdita di una persona tanto amata rimanendo fermi al venerdi` santo. Non riescono a dare una risposta a quella domanda che Gesu` stesso resuscitato fece alla Maddalena in visita al sepolcro: “Maria, perche` piangi?“…. E ancora coloro a cui traspare quella costante tristezza nel volto che viene da un cuore deluso per dei sogni infranti come capito` a tutti gli apostoli. Altro esempio ancora di rimanere fermi dentro il sepolcro senza uscirne sono coloro che rimangono fermi al passato nei ricordi e nei rimpianti senza essere capaci di riconoscere le nuove opportunita` del presente come capito` ai discepoli di Emmaus….

Queste tre condizioni sopra elencate sono costitutive e si realizzano nella Chiesa, senza la quale non si puo` realizzare questo incontro: “Tommaso, uno dei Dodici, non era con loro” quel primo giorno della settimana, quella domenica, giorno dell’assemblea cristiana. Assente col corpo e chiuso col cuore, infatti non credette all’annuncio dei suoi confratelli: “Abbiamo visto il Signore!“. La domenica successiva (Otto giorni dopo…) il Signore compare di nuovo cosi` come anche oggi si fa presente sotto altre sembianze tutte le domeniche nell`Eucaristia e lascia un messaggio che, piu` che per Tommaso e` per ciascuno di noi: “Non essere incredulo, ma credente….Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!“.

Con la parte finale del vangelo di oggi Gesu` vuole sottolineare ancora di piu` l’importanza della Chiesa come Sacramento Universale di Salvezza. Molti dei segni compiuti da Gesu` sono stati scritti in questo Libro, redatto, conservato e trasmesso dalla Chiesa nei secoli. Molti piu` segni ha compiuto Gesu` davanti ai suoi discepoli che attraverso la trasmissione orale ne sono e saranno i testimoni nei secoli.
Gesu` ci chiama alla vera fede e verso il vero Dio. Due errori frequenti in cui si cade con facilita` anche nei nostri tempi e` credere in Gesu` ma non essere Chiesa (vedi la prima lettura di oggi: At 4,32-35) o essere parrocchiani ma non credere e seguire Gesu` Cristo.
E io dove sto?

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