II Domenica di Avvento (C)

Lc 3,1-6

Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto.
Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaìa:
«Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri!
Ogni burrone sarà riempito,
ogni monte e ogni colle sarà abbassato;
le vie tortuose diverranno diritte
e quelle impervie, spianate.
Ogni uomo vedrà  la salvezza di Dio!».

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Domenica Cristo Re dell’universo (2018)

Gv 18,33-37

In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?».
Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».
Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

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Domenica XXXIII del T.O. (B)

Mc 13,24-32

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 

«In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte.

Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo.

Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte.

In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.

Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre».

 

Ci dirigiamo verso la fine dell’anno liturgico e la liturgia ci presenta dei testi che costituiscono il discorso escatologico, cioè, riguardante le cose degli ultimi tempi.

Il vangelo di oggi comincia facendo riferimento a “quella tribolazione”, un evento ben preciso che troviamo nel testo precedente, e cioè Mc 13, 14-23: la rovina di Gerusalemme e del tempio, centro vitale per Israele e luogo della dimora di Dio fra gli uomini.

Gerusalemme fu rasa al suolo….e con lei fu raso al suolo tutto ciò che dà vita e senso al suo popolo: è la morte della speranza. […] Quei giorni saranno una tribolazione, quale non è mai stata dall’inizio della creazione, fatta da Dio, fino al presente, né mai vi sarà (Mc 13,19). A Gerusalemme e nel resto del paese morirono dalle 250.000 alle 500.000 persone….parliamo di settembre dell’anno 70 d.C. per mano di Roma con un esercito di 60.000 soldati.

Il vangelo di oggi si riferisce a questo evento del passato e ci riporta anche al tempo futuro della fine del mondo quando dice: “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre”. Questi due momenti chissà pensiamo non ci riguardino perché uno relegato nel passato e l’altro possibilmente in un lontano futuro…. C’è però un tempo che ci appartiene, un momento o più momenti presenti nella vita di ogni uomo: il momento della sofferenza, la notte oscura dell’anima, la croce.

Tutti sappiamo di cosa stiamo parlando: una malattia, un incidente, una crisi di fede, sentimentale, economica, la morte di una persona amata, ecc. Tutti abbiamo sperimentato di questi momenti più o meno pesanti e tutti abbiamo paura che arrivi anche per noi il momento della grande tribolazione, quel momento in cui pensiamo di non poterne più uscire fuori, dove muore la speranza, cessano le forze, dove tutto perde interesse, il sole il suo splendore e la luna il suo incanto, le stelle che prima d’ora erano immagine dell’infinito, di grandezza, di potenza, da quel momento cadono dalla loro posizione di certezza….il tutto è sconvolto!

Proprio in riferimento a quel momento Gesù vuole darci un messaggio di speranza affinché non disperiamo, affinché non rimaniamo incurvati su noi stessi ma alziamo il capo per vedere “il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria” proprio da quel cielo in cui sono scomparsi per noi il sole, la luna e le stelle. La mano tesa di Gesù arriverà a noi attraverso i suoi angeli, messaggeri fedeli della sua Parola che oggi operano attraverso la Chiesa nella persona dei suoi ministri, dispensatori della Parola e della grazia di Dio per radunare i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo.Questa è infatti la missione che Gesù ha affidato ai suoi apostoli: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato.” (Mc 16,16).

Gesù ci invita ancora ad imparare dalla natura, dalla pianta di fico, a riconoscere i segni e i tempi, esperienza che già abbiamo nel riconoscere l’arrivo di una nuova stagione. Lo spuntare dei germogli sui rami spogli del fico preannuncia l’arrivo dell’estate e c’è un’azione reciproca che dobbiamo imitare. Da una parte l’arrivo dell’estate fa sì che la pianta si risvegli e spuntino i nuovi germogli e dall’altra parte sono proprio le nuove foglie coloro che danno un volto concreto all’estate. Così anche noi quando ci troviamo sommersi nella tribolazione dobbiamo ricordarci che il Signore è vicino, è alle porte, non siamo soli, ma allo stesso tempo anche noi in quei momenti dobbiamo rispondere con la nostra fede, con il nostro “Si” alla sua venuta, come Maria, per far si che la sua presenza si faccia operante nella nostra vita e attraverso di noi anche nella vita degli altri.

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Domenica XXXII del T.O. (B)

Mc 12,38-44
In quel tempo, Gesù [nel tempio] diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».
Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo.
Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

 

            Quando feci il servicio civile a Firenze, vivevo vicino la famosa Chiesa di Santa Croce che, oltre ad essere nota per la sua belleza, è famosa perchè lì vi sono sepolti dei grandi poeti. In molte chiese vi sono delle tombe, ma queste non danno notorietà alla Chiesa perché non si tratta di persone importanti, famose, influenti o ricche.
Ma avviciniamoci un pò più a delle realtà in cui viviamo. Nelle nostre parrocchie quando la domenica vi sono delle persone benestanti, ciò si nota, oltre che nell’ambiente per la sontuosità dei loro vestiti e la fragranza dei loro profumi, anche nella raccolta della collettà. Che in quella Chiesa oltre a queste persone benestanti vi siano anche dei poveri, non cambierà il bilancio di quella colletta. La loro presenza o assenza in quel contesto sociale ed económico rimarrebbe completamente indifferente.
Un ultimo esempio, uno di molti altri che potrei portare….. La raccolta che si fa per le feste patronali. Nella mia zona la gente è molto gernerosa perchè ci tiene che si realizzi una festa che faccia concorrenza alle feste patronali dei paesi vicini. Cos’è l’offerta di 50 centresimi di euro che potrebbe fare un bambino in confronto alle 50 o 100 euro che la gente offre abitualmente? La somma che può dare il bambino è irrisoria e non influisce minimamente sulla migliore riuscita e qualità della festa. Eppure per il bambino quella moneta offerta corrisponde alla rinuncia di una caramella, cosa che per lui non è affatto indifferente…..

            Nel vangelo di oggi si parla di persone importanti, imponenti, ricche, gli scribi, “che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti”. Si parla di ricchi che gettavano molte monete nel tesoro del tempio….. E poi si parla anche di una vedova povera che gettava nel tesoro del tempio “due monetine, che fanno un soldo […] TUTTO quanto aveva per vivere”.
La presenza o assenza della povera vedova in quel contesto diventa indifferente. Nessuno la ringrazia per il suo apporto inutile, umanamente parlando, e nessuno si rallegra o edifica per la sua presenza non influente. Cosa che non possiamo dire dei ricchi e delle persone importanti come gli scribi che molti volevano avere come amici per la loro influenza sociale ed economica.
Questa valutazione non rispecchia l’ottica di Gesù. Il vangelo utilizza il termine “superfluo” che ha un significato anche di “inutile” riguardo l’apportazione economica, se pur grande, dei ricchi e riguardo l’atteggiamento fastoso e di primazia degli scribi (da cui oltre tutto mette in guardia Gesù). Viceversa, la povera vedova è degna di ammirazione e Gesù si ferma a guardare, valorizzare e utilizza come esempio di insegnamento la vita e i gesti di questa persona.

            Dobbiamo porci una domanda che è fondamentale per la comprensione di questo vangelo: Perchè la povera vedova è andata nel tempio, nonostante l’inutilità della sua offerta e la criticità della sua condizione? Sono due elementi che oggi ci fanno desistere dai buoni propositi. Noi pensiamo: Se ciò che io posso apportare economicamente, per te risulta inutile, meglio lo tengo per me che mi risulta più che utile. E ancora: Dio mi ha abbandonato permettendo che io rimanessi vedova e senza nessuna risorsa economica (una delle condizioni sociali peggiori che potevano capitare ai tempi di Gesù), perchè mai devo tornare nel Suo Tempio a pregarlo io che non provo nessuna riconoscenza e gratitudine?
La presenza di questa povera vedova lì nel Tempio e il gesto che compie già ci fanno riflettere che il nostro atteggiamento di rifiuto e allontanamento non è legittimo. La donna va al Tempio e fa la sua offerta per amore a Dio e non per essere vista e lodata dagli uomini come avviene per gli atteggiamenti ipocriti degli scribi. Si compie in lei quel comandamento che riassume la pienezza della Legge che abbiamo ascoltato nel vangelo della domenica scorsa: “amerai il Signore tuo Dio con TUTTO il tuo cuore e con TUTTA la tua anima, con TUTTA la tua mente e con TUTTA la tua forza” e così pure si realiza nei poveri anche il secondo comandamento: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Infatti molto spesso i poveri sono i più generosi a condividere le poche cose che hanno. La prima lettura che ci presenta la liturgia di oggi parla appunto di una vedova disposta a condividere con il profeta Elia quell’ultimo pugno di farina e poco di olio che erano rimasti per se e suo figlio. Quella TOTALIATÀ che chiede il vangelo si realizza nella povera vedova. Gesù guarda la totalità e non la quantità.
I ricchi e gli scribi non operavano per amore a Dio ma per un orgoglio personale, alimentare il proprio egoísmo. Non c’è posto per Dio nel loro cuore e non c’è sensibilità per le esigenze del prossimo, anzi, al contrario, il vangelo dice di loro che: “divorano le case delle vedove”.

            Voglio chiarire che la condanna non è per la persona ricca per possedere molti soldi o per lo scriba solo per il fatto di essere scriba. Ci saranno ricchi e scribi santi e poveri dannati, ma come Gesù guarda il cuore, anche noi dobbiamo imparare ad analizzarci nel profondo.

1. Qual è lo spirito che mi muove a fare le cose?
La vanagloria? Il successo? L’apprezzamento da parte degli altri? Il sentirmi bravo e migliore degli altri?
2. Quanto sono disposto a offrire per amore di Dio e del prossimo?
Il superfluo? Un poco? Molto? TUTTO quello che riesco a dare oggi?
3. Sono onesto con me stesso che quando dico tutto è veramente TUTTO?

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Presa di possesso della parrocchia di Santa Lucia di Mendola (SR)

Domenica 7 di ottobre del 2018 prendevamo possesso della Parrocchia di Santa Lucia di Mendola [Diocesi di Noto (prov. SR) ], luogo semplice ed umile ma allo stesso tempo meraviglioso e ricco di spiritualità. Luogo ricco di storia come mostra il video di cui in calce pubblichiamo il link: 

https://youtu.be/t-I4xxC_zYk

www.santaluciadimendola.it

La celebrazione presieduta da Mons. Angelo Giurdanella, vicario generale della diocesi di Noto e concelebrata dal parroco uscente don Adriano e dai sacerdoti della Fraternità Santa Maria degli Angeli. Fratel Bernardo è stato nominato parroco titolare ma tutta la Fraternità si farà carico della pastorale.

La Santa Messa si celebra tutte le domeniche alle ore 10:00.
Ti invitiamo a scoprire questo luogo e a viverne la spiritualità. Ti aspettiamo!

<<COME TROVARCI>>

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Transito di San Francesco

Quest’anno, 2018, dopo 9 anni di missione in Spagna e quindi di assenza dal nostro eremo San Damiano in Sicilia (SR), essendoci adesso ritrasferiti definitivamente, abbiamo celebrato la sera del giorno 3 Ottobre il Transito del nostro Padre San Francesco, con la Fraternità. È stato un momento di preghiera intenso, intimo, toccante.

Nella sua semplicità ha lasciato un segno indelebile in coloro che hanno partecipato. Segno rilevante la gioia di vederci insieme e riprendere con profondità il nostro cammino francescano. L’eremo riprende vita, calore, diventando sempre più accogliente, un’oasi di pace per chi cerca riposo spirituale e una fabbrica di ali per chi è alla ricerca del suo cielo verso cui volare.

Grazie Signore per questo gran regalo; grazie fratelli per la vostra presenza che rende speciale questo luogo.

L’augurio di buon cammino a tutti coloro il cui sentiero passerà anche per questo luogo: che possano trovare ciò che cercano ma soprattutto la santità.

 

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Domenica XXV del T.O. (B)

Mc 9,30-37

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.
Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».
E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

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XXII Domenica del T.O. (B)

Mc 7,1-8.14-15.21-23

In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme.
Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti –, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?».
Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto:
“Questo popolo mi onora con le labbra,
ma il suo cuore è lontano da me.
Invano mi rendono culto,
insegnando dottrine che sono precetti di uomini”.
Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini».
Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». E diceva [ai suoi discepoli]: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».

 

Questa domenica parteciperò alla Santa Messa:

Eucaristía è azione di grazie: partecipo con quella gioia nel cuore e riconoscenza a Dio per il dono della vita e di ogni istante vissuto con le sue gioie e sofferenze?

Nell’ atto penitenziale chiederò perdono a Dio per i miei peccati. Riconoscerò veramente dove ho sbagliato e cercherò di cambiare quegli aspetti negativi? Metterò me stesso come modello di confronto decidendo da me ciò che è buono da ciò che è sbagliato o guardo Gesù maestro come Via, Verità e Vita?

Dispongo la mia mente e il mio cuore ad ascoltare la voce di Dio che mi parla personalmente attraverso i testi liturgici? Sta parlando a me, proprio a me, direttamente a me.

La richiesta di perdono nell’atto penitenziale e l’ascolto della voce di Dio nelle letture si trasformano nel mio cuore in preghiera affinché ottenga la grazia di operare il passaggio dalla teoria alla pratica, dal celebrato al vissuto?

All’offertorio parteciperò con qualche moneta nella cesta per le necessità della parrocchia o offrirò tutto me stesso nell’altare, per amore al Padre, in unione a Cristo, nel suo corpo mistico che è la Chiesa? Mi farò dono come il grano disposto a lasciarsi lavorare e trasformare in farina e in pane assieme agli altri chicchi di grano che sono i fratelli? Combatterò quell’individualismo che c’è dentro ciascuno di noi e mi aprirò all’altro accogliendolo con i suoi pregi e difetti, cercando di scorgere lo spirito di Dio che abita in lui?

Alla Consacrazione mi inginocchierò con la consapevolezza che lo Spirito Santo oltre a consacrare il pane e il vino sull’altare, scende a consacrare anche me che sono chiamato ad essere tempio dello Spirito Santo, tabernacolo vivente, il Cristo nel mondo? O rimarrò in piedi come segno di rispetto verso qualcosa di importante che sta facendo il sacerdote ma che a me non coinvolge personalmente?

Aprirò la mia bocca alla preghiera del “Padre Nostro” con la consapevolezza di essere figlio nel Figlio, fratello di coloro che mi circondano come una Famiglia riunita attorno alla stessa mensa e non come persone estranee sedute al bancone di un bar? È una preghiera recitata al plurale. Faccio veramente mie le necessità, le sofferenze, i progetti degli altri? Presto attenzione a quella clausola che si fa presente e reale in ogni aspetto della messa e in ogni preghiera?: “Perdona i nostri debiti così come noi li perdoniamo ai nostri debitori? Ascoltaci, così come noi siamo disposti ad ascoltare coloro che ci chiedono? Aiutaci, così come noi siamo disposti ad aiutare coloro che hanno bisogno di noi?”

Il segno della pace avrà per me quel senso di nuovo vincolo di amicizia con lo sconosciuto, con la stessa intensità con cui Gesù apparendo ai suoi apostoli dopo la resurrezione lì saluto col saluto della pace? Custodirò e alimenterò quel nuovo vincolo di amicizia cominciato con una stretta di mano per arrivare all’unione del cuore, oppure rimarrà un rito vuoto che non lascia nessun segno e l’altra persona rimarrà una perfetta estranea con cui neppure ci si saluterà in successivi incontri?

E infine la Comunione. L’Eucaristia è comunione perfetta con Dio, con se stessi e con i fratelli. La stessa carne, lo stesso sangue, la stessa grazia, circolano nel nostro corpo e nel nostro spirito. Sin da adesso siamo fratelli per l’eternità; non per il sangue destinato a scomparire con la morte ma per lo Spirito di Dio che rimane per sempre. Siamo una cosa sola con gli altri e siamo una cosa sola con Cristo. Da questo momento siamo i suoi occhi, la sua voce, il suo sorriso, le sue mani e i suoi piedi nel mondo.

La gioia di Cristo sia la nostra forza dice una delle monizioni finali. La gioia dell’incontro con Cristo nella celebrazione deve darci il desiderio e la forza di mettere in pratica ciò che abbiamo celebrato. La messa non finisce, adesso deve diventare vita vissuta.
Se oggi nel partecipare e vivere la Santa Messa non è cambiata qualcosa nel mio modo di essere, di agire e di pensare, la celebrazione rimane un rito vuoto dove onoriamo Dio con le labbra ma che il nostro cuore rimane lontano da Lui.

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Domenica XVII del T.O. (B)

Gv 6,1-15

In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.
Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».
Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini.
Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano.
E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

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XIII Domenica del T.O. (Anno B)

Commento Biblico alla XIII domenica del T.O. (Anno B)

 

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 5,21-43. 
In quel tempo, essendo passato di nuovo Gesù all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla, ed egli stava lungo il mare. 
Si recò da lui uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, vedutolo, gli si gettò ai piedi 
e lo pregava con insistenza: «La mia figlioletta è agli estremi; vieni a imporle le mani perché sia guarita e viva». 
Gesù andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno. 
Or una donna, che da dodici anni era affetta da emorragia 
e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando, 
udito parlare di Gesù, venne tra la folla, alle sue spalle, e gli toccò il mantello. Diceva infatti: 
«Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita». 
E subito le si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo che era stata guarita da quel male. 
Ma subito Gesù, avvertita la potenza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi mi ha toccato il mantello?». 
I discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che ti si stringe attorno e dici: Chi mi ha toccato?». 
Egli intanto guardava intorno, per vedere colei che aveva fatto questo. 
E la donna impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. 
Gesù rispose: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Và in pace e sii guarita dal tuo male». 
Mentre ancora parlava, dalla casa del capo della sinagoga vennero a dirgli: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». 
Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, continua solo ad aver fede!». 
E non permise a nessuno di seguirlo fuorchè a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. 
Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava. 
Entrato, disse loro: «Perché fate tanto strepito e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». 
Ed essi lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della fanciulla e quelli che erano con lui, ed entrò dove era la bambina. 
Presa la mano della bambina, le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico, alzati!». 
Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare; aveva dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. 
Gesù raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e ordinò di darle da mangiare. 

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Natività di s. Giovanni Battista (B)

Lc 1,57-66.80

Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei.

Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccarìa. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome».

Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio.

Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui.

Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.

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XI Domenica del Tempo Ordinario (anno B)

Commenti all’XI Domenica del Tempo Ordinario (anno B)

VANGELO
Mc 4,26-34

È il più piccolo di tutti i semi, ma diventa più grande di tutte le piante dell’orto.

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».
Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra».
Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.

Parola del Signore 

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