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 I Nodi della Storia

La nota sul Papa Niccolò V si inserisce in una serie di profili di Pontefici che hanno avuto, in qualche modo, un certo peso religioso, politico e sociale nella Storia. La penna sapiente e arguta è quella, naturalmente, del prof. Alberto Torresani.

                                                      NICCOLO' V

 

    

     Il papato di Niccolò V (1447-1455) è caratterizzato da eventi quanto mai felici, ma anche da drammi devastanti che hanno segnato durevolmente la storia della Chiesa.

 

Una giovinezza studiosa     Tommaso Parentucelli nacque a Sarzana nel 1397, figlio di un medico di campagna che morì presto. La madre si risposò ed ebbe altri figli, ma senza la possibilità di provvedere all’istruzione del primogenito con mezzi adeguati. Questi tuttavia, in possesso di spiccate doti naturali con intelligenza acuta e memoria felicissima, divenne magister artium e si mantenne esercitando il mestiere di istitutore presso alcune famiglie ricche di Firenze, i Medici e gli Albizzi, verso i quali conservò perenne gratitudine anche quando divenne papa. Poté anche completare gli studi universitari a Bologna dove conobbe il suo vero maestro di vita.

 

Segretario del cardinale Albergati     Era arcivescovo di Bologna il cardinale Niccolò Albergati, un certosino dalla vita integerrima, incaricato di missioni internazionali per ricucire le divisioni introdotte nella Chiesa dalle teorie conciliariste, apparse trionfanti nel corso del Concilio di Basilea. Il cardinal Albergati assunse al suo servizio in qualità di segretario il giovane Parentucelli che così poté formarsi alla scuola di quel distinto prelato per oltre vent’anni, seguendolo nei suoi spostamenti. Il segretario divenne l’uomo di fiducia, l’amministratore, il consigliere, il confidente di Albergati, seguendolo a Roma e poi a Firenze, dove la curia del papa Eugenio IV si trasferì per un decennio quando ripresero in grande stile le turbolenze delle grandi famiglie baronali del Lazio, non più controllate dalla famiglia Colonna come era avvenuto al tempo del papa Martino V (1417-1431).

 

Parentucelli e l’umanesimo     Firenze stava vivendo quell’età unica e irripetibile dell’umanesimo italiano in grado di produrre a cascata capolavori assoluti con apparente semplicità. Ogni giorno si riunivano negli orti di palazzo Rucellai umanisti di orientamento pagano e cristiano, dando vita a dispute di contenuto non solamente filosofico o stilistico, bensì sostanziale circa il futuro della società cristiana. Infatti, agli occhi dei vivaci e disinvolti mercanti fiorentini appariva chiaramente che il futuro apparteneva alla nuova cultura umanistica, che però appariva ambivalente, ossia pagana e cristiana. La cultura medievale aveva assimilato la cultura pagana, ma l’aveva subordinata al messaggio cristiano. L’impetuoso movimento filologico implicito nell’umanesimo rischiava di togliere ogni valore al cristianesimo sull’onda di un recupero avvenuto anche sul piano filosofico ed etico del mondo antico che poteva distruggere le basi cristiane della società. La via d’uscita fu individuata con la ripresa dell’umanesimo cristiano da sant’Agostino a san Girolamo, da san Basilio di Cesarea a san Giovanni Crisostomo che possedettero nella sua pienezza la cultura classica, ma seppero anche procedere alla vittoriosa confutazione dei limiti intrinseci al paganesimo. Nel corso degli anni fiorentini Tommaso Parentucelli poté approfondire questo aspetto dell’umanesimo cristiano, aperto alla bellezza delle letterature classiche comprendenti anche la letteratura patristica non inferiore alla prime. La passione per i codici antichi, ben scritti e miniati finemente, fu intensamente coltivata dal Parentucelli, che poté radunare una bella serie di opere, divenute in seguito il punto di partenza della Biblioteca Vaticana, la cui fondazione fu uno dei meriti, e non dei minori, del papa Niccolò V.

 

Ascesa al papato     La Curia di Roma, trasferita a Firenze anche per seguire i lavori del Concilio di Ferrara-Firenze che doveva porre fine allo scisma bizantino, si accorse di Tommaso Parentucelli quando ebbe bisogno di un esperto di letteratura patristica e dei canoni dei più antichi concili. Quel concilio, iniziato a Ferrara, fu concluso a Firenze perché il ricchissimo Cosimo de’ Medici si accollò le spese di vitto e alloggio dei prelati orientali. Si giunse a un fragile compromesso che riportò l’unione tra i cristiani (Bolla Letentur caeli) , ma ben presto ci si accorse che i monaci orientali preferivano il turbante turco alla tiara latina. Nel 1442 morì il cardinale Albergati, arcivescovo di Bologna, ma il suo segretario trovò un nuovo protettore nel papa Eugenio IV che lo nominò vice camerlengo della Curia romana e due anni più tardi arcivescovo di Bologna. In quella città, sempre fiera della propria indipendenza, infieriva la rivolta e al Parentucelli fu negato l’ingresso nel suo nuovo ufficio. Uno degli ultimi atti del papa Eugenio IV fu la nomina a cardinale del dotto e amabile vescovo. Il conclave fu brevissimo e nonostante la presenza di cardinali molto dotti e anche santi come Juan de Torquemada, Juan de Carvajal, Domenico Capranica, fu scelto proprio il figlio di un medico povero di campagna che con tutta probabilità non aveva mai aspirato alla tiara papale e che per onorare la memoria del suo grande maestro assunse il nome di Niccolò.

 

Primi atti del papa     Per accreditare il nuovo papa davanti all’opinione pubblica degli umanisti fu di enorme importanza il fatto che il papa potesse rispondere a un discorso gratulatorio espresso in perfetto latino classico da Giannozzo Manetti e durato un’ora e un quarto. I cronisti affermano che Niccolò V, rimasto a occhi chiusi per tutto quel tempo al punto che alcuni ritennero si fosse addormentato, rispose con un mirabile discorso latino che rispondeva punto per punto alle sollecitazioni del grande umanista. Con tutta probabilità quel discorso del papa iniziò l’epoca del papato rinascimentale, così glorioso per i risultati artistici, ma anche così problematico sul piano del costume.

 

Problemi politici ed ecclesiastici     La rapidità con cui fu eletto Niccolò V si può interpretare anche come segnale dell’estrema insicurezza presente nella società civile. Nel 1444, a Varna nei Balcani, i Turchi avevano inflitto una terribile sconfitta all’occidente. Francia e Inghilterra erano ancora ai ferri corti nella fase estrema della guerra dei Cent’anni, con una Francia vittoriosa sul piano militare, ma a prezzo di un diffuso pauperismo confinante con la disfatta economica. Le cose non andavano molto meglio in Germania dove la famiglia d’Absburgo, per la povertà delle sue risorse economiche, faticava a farsi luce in mezzo alla nobiltà tedesca molto fiera delle proprie prerogative. La prosperità si avvertiva nel ducato di Borgogna, nel ducato di Milano, nelle repubbliche marinare di Venezia e di Genova e nel comune di Firenze, di fatto guidato da Cosimo il Vecchio che ne aveva rilevato il debito pubblico. Tuttavia, anche queste potenze economiche si trovavano in guerra tra loro al seguito delle grandi potenze. In Italia, nel 1447, era morto il duca di Milano Filippo Maria Visconti senza lasciare eredi legittimi. I nobili milanesi proclamarono un’effimera Repubblica Ambrosiana che, per far fronte a Venezia in fase di espansione sulla terraferma, e al regno di Napoli, guidato da Alfonso il Magnanimo, dovette assoldare Francesco Sforza che alla fine rimase padrone del ducato di Milano (1450).

     Più fortunata risultò l’azione di Niccolò V nel campo dei problemi ecclesiastici. Dopo quasi mezzo secolo di tentativi infruttuosi le teorie conciliari, che si possono riassumere nella tesi che il concilio dei vescovi è superiore all’autorità del papa per cui i principali problemi vanno sempre sottoposti all’autorità del concilio anziché a quella dei papi, cominciavano a mostrare i loro limiti di fronte alle difficoltà pratiche di tenere in piedi un organismo di difficile controllo, per di più fortemente subordinato alle influenze politiche esercitate dai grandi Stati. Al Concilio di Basilea, già indebolito dal trasferimento a Ferrara e poi Firenze di molti dei suoi membri, fu inflitto il colpo di grazia dal ritiro dei vescovi del Regno di Napoli nel 1444, quando Alfonso il Magnanimo ebbe una risposta positiva alle sue richieste. L’affossamento definitivo del Concilio di Basilea avvenne quando il cardinale Juan de Carvajal poté condurre in porto uno storico concordato con l’Impero tedesco, guidato allora da Federico III. Tra le clausole di quel concordato era prevista la revoca del riconoscimento imperiale all’antipapa Felice V (l’ex duca di Savoia Amedeo VIII) cui veniva riservato un trattamento onorevole col riconoscimento delle nomine cardinalizie da lui effettuate e l’annullamento degli atti reciprocamente ostili (sul piano giuridico avvenne la nomina a papa di Niccolò V anche da parte della piccola Curia che risiedeva a Losanna).

     Nel 1449 anche Bologna accettò il ritorno di un legato papale in città. Fu inviato il cardinale Bessarione, già vescovo di Nicea, padre conciliare a Ferrara-Firenze, entrato a far parte del personale di Curia. Questi rimase a Bologna fino al 1455, con piena soddisfazione dei bolognesi e del papa che gli aveva affidato quell’incarico.

 

L’anno santo del 1450     La prima parte del pontificato di Niccolò V fu conclusa dalla scadenza importante dell’anno santo, caduto in una fase di assopimento dei conflitti internazionali. L’apertura della porta santa avvenne la vigilia di Natale del 1449 e fu subito dichiarato che anche per coloro che non potevano recarsi a Roma, l’anno successivo avrebbero potuto lucrare l’indulgenza anche nelle cattedrali della loro patria. L’evento più importante dell’anno santo fu la canonizzazione di san Bernardino da Siena, il francescano più noto della sua epoca, predicatore di eccezionale efficacia, in grado di mobilitare intorno a sé le folle delle città nelle quali induceva i benefattori a creare i notissimi monti di pietà, ossia istituti di credito senza interessi per la povera gente. La canonizzazione avvenne il giorno di Pentecoste (24 maggio) e fu davvero splendida. Il papa stesso tenne il panegirico del nuovo santo. Si tenga presente che i pellegrini arrivati nella chiesa dell’Ara Caeli potevano assistere allo spettacolo impressionante di un ospedale per malati assistito da ottocento frati infermieri. Fu anche iniziato il processo di canonizzazione, molto importante per i Romani, di santa Francesca Romana, un vero angelo di pace e di carità tra le vie di Roma, al suo tempo percorsa da clamori guerreschi e da odio di fazione. Purtroppo l’anno santo fu funestato dalla peste che infierì crudelmente per gran parte dell’estate costringendo il papa a rifugiarsi a Fabriano. Nel dicembre seguente, quando l’afflusso dei pellegrini era tornato altissimo, avvenne un grave incidente sul ponte che collega San Pietro con Castel Sant’Angelo. La calca dei pellegrini in transito sul ponte nei due versi di percorrenza provocò la reazione di alcuni muli. Seguì lo schiacciamento di circa duecento persone, molte delle quali caddero nel Tevere. Niccolò V rimase costernato di fronte all’entità del disastro.

 

I frutti del Giubileo     Per mettere fine ai disordini dell’epoca conciliare e per ricavare il frutto spirituale che si poteva attendere dall’indulgenza giubilare, Niccolò V decise l’invio nei tre paesi più problematici d’Europa, ossia Francia Inghilterra e Germania, di due legati papali muniti di poteri straordinari per riformare durevolmente la vita ecclesiastica di quelle regioni. In Germania come legato fu scelto Nicola Cusano, vescovo di Bressanone, probabilmente la persona più colta presente nel sacro collegio, filosofo acutissimo, ma anche uomo dalla solida vita interiore, il più adatto ad andare d’accordo con la sensibilità tedesca che amava semplicità, schiettezza e coerenza di vita. Nicola Cusano visitò i monasteri benedettini e agostiniani, celebrò sinodi, predicò nelle cattedrali, riformò ciò che era possibile riformare. Sicuramente si può affermare che se la sua opera fosse stata continuata con rigore molti abusi sarebbero stati sradicati e il successivo appello alla riforma da attuare con la violenza non ci sarebbe stato. La Germania, molto frammentata politicamente, non si oppose alla visita del legato papale che percorse la Germania meridionale, poi quella settentrionale, terminando con la visita dei Paesi Bassi e infine della propria patria, Cues in Renania, dove ebbe modo, col patrimonio famigliare, di fondare un ospedale con trentatre posti, sopravvissuto fino all’epoca napoleonica. La sua visita in Inghilterra fu impedita dal re Enrico VI che si ostinava a non voler chiudere il contenzioso con la Francia finché non avesse recuperato i territori che riteneva gli spettassero, un evidente caso di miopia politica.

 

Il cardinale d’Estuteville in Francia     La scelta come legato papale per la Francia nella persona del cardinale Guillaume d’Estuteville non fu altrettanto felice, come non fu altrettanto fruttuosa la sua visita. D’Estuteville era un cardinale della corona, un nobile di altissimo rango parente del re, estremamente compreso dai compiti affidatigli al punto di non muoversi se non c’era tutto il suo seguito composto da almeno trecento persone. Il re di Francia Carlo VII non accolse con entusiasmo la visita del legato e non accettò le proposte di riforma che in qualche modo ponessero un limite ai poteri della monarchia. Anche l’invito alla pace con l’Inghilterra non fu preso sul serio, una circostanza in più che accelerò la caduta di Costantinopoli in mano ai Turchi di Maometto II. A Bourges fu riunito un grande sinodo di vescovi francesi ma in quella sede non si tentò nemmeno di proporre il ritiro della Prammatica Sanzione del 1438, un terribile documento che assoggettava tutti i benefici del regno di Francia alla scelta compiuta dal re, con totale esclusione della Curia di Roma.

 

L’incoronazione imperiale di Federico III     Come frutto del miglioramento delle relazioni politiche con l’Impero tedesco, nel 1452 avvenne l’incoronazione imperiale di Federico III d’Absburgo, l’ultima avvenuta a Roma secondo il cerimoniale che risaliva a Carlo Magno. A Roma avvenne anche il matrimonio di Federico III con Leonora del Portogallo. Gli anelli furono donati dal papa. L’incoronazione fu certamente l’avvenimento più splendido della vita di Ferderico III, ma passò quasi senza alcun rilievo nel resto d’Europa, tanto erano mutate le relazioni internazionali e i simboli che le esprimevano.

 

Il rinnovamento artistico e letterario     Quanto finora accennato non costituisce il nucleo della novità epocale da ascrivere al papa Niccolò V. La novità epocale fu la decisione di diventare il principale committente di opere d’arte e di promuovere la creazione della più importante biblioteca esistente al mondo, impiegando il denaro giunto a Roma in occasione dell’anno santo e quello che si poteva reperire con una migliore organizzazione dello Stato della Chiesa. I letterati e gli artisti esultarono quando a uno di loro il papa disse: “Darei tutto il mio denaro per libri e fabbriche”. Ai letterati sembrò quasi che si realizzasse alla lettera quel detto di Platone secondo cui le cose sarebbero cambiate solamente quando i sapienti divenissero re o almeno i re divenissero sapienti. Roma, nel pensiero di Niccolò V, doveva diventare la città con la chiesa più importante del mondo con la biblioteca meglio provvista, dotata di strade, di edifici e di mura che la rendessero la città più sicura nella cristianità, a tutela della sede del papato.

     Roma era allora un’immensa cava di materiale edilizio a cielo aperto e da circa un millennio ciascuno si serviva a suo talento. Il marmo statuario era così abbondante che la calce veniva ottenuta per calcinazione avendo come unico limite la penuria di legna da ardere. Forse è stato un bene per l’arte che il rinnovamento edilizio di Roma in grande stile sia iniziato solamente quando era comparsa la sensibilità artistica piena di rispetto per le opere d’arte dell’epoca classica. Ma anche questa affermazione non è del tutto vera. Gli umanisti avevano la presunzione di poter edificare e scolpire ancor meglio degli antichi e in molti casi non esitarono a completare le statue che si rinvenivano spezzate nel corso degli scavi. Secondo la testimonianza di Giannozzo Manetti, biografo ufficiale di Niccolò V, il papa aveva in mente di realizzare cinque progetti: riattare le mura, gli acquedotti e i ponti di Roma; restaurare le quaranta chiese stazionali della città; ricostruire il Borgo col palazzo papale e la chiesa di San Pietro.

     Si cominciò col restauro delle quaranta chiese stazionali, poi fu la volta del Campidoglio, dei palazzi papali annessi alle grandi basiliche; seguì Castel Sant’Angelo con la nuova statua di San Michele e quattro torri. L’acquedotto dell’acqua Vergine fu riattato rendendo abitabili i quartieri lontani dal Tevere: al termine dell’acqua Vergine si trova la fontana di Trevi. Furono pavimentate alcune strade, per esempio via dei Coronari. Il papa aveva progettato anche la costruzione di portici lungo il Tevere, e il prospetto era stato disegnato dal più geniale architetto di quest’epoca, Leon Battista Alberti. Il ponte Molle (Milvio) fu ricostruito in pietra e così altri. Tutti questi lavori tuttavia scompaiono di fronte al progetto di ricostruire la basilica di San Pietro, il tempio più venerando della cristianità, edificato undici secoli prima da Costantino. Secondo la nostra sensibilità si sarebbe dovuto restaurare quella chiesa, ma forse non era possibile ai mezzi tecnici di allora raddrizzare il muro nord che strapiombava verso l’interno per quasi due metri, mentre il muro sud era inclinato verso l’esterno per circa un metro. Secondo i tecnici di allora la chiesa era perduta. La morte del papa nel 1455 e altre difficoltà seguite rimandarono l’abbattimento di San Pietro fino al 1506, quando Giulio II riprese e completò i progetti formulati mezzo secolo prima. Il palazzo del Vaticano, almeno per molte delle sue parti si deve a Niccolò V, la cui decisione più felice fu la chiamata a Roma dl più grande pittore veramente religioso di tutti i tempi, il beato Angelico, morto nello stesso anno del papa, il 1455, dopo aver realizzato a Roma alcuni dei suoi maggiori capolavori.

     Per quanto riguarda gli scrittori, dotti di greco e di latino, essi furono assunti in gran numero come addetti alla corrispondenza della Santa Sede col resto del mondo. Molti di costoro non possedevano i fondamenti di una elementare deontologia. Infatti alcuni non mantennero il segreto professionale, altri non furono punto disinteressati per quanto riguarda la gestione del denaro, considerando il loro ufficio più come una leva per scardinare l’influenza politica del papato. Era la prima volta che la Santa Sede aveva a che fare con dipendenti laici: a giudicare dall’episodio di Pomponio Leto che durante il pontificato di Paolo II organizzò un’Accademia Romana ostile al papato nella quale si tenevano allocuzioni incendiarie (naturalmente in latino) ostili al governo papale, si può affermare che il servizio dei laici non dette buoni risultati. Forse questa infelice esperienza, dopo il Concilio di Trento, inclinò il papato a scegliere la completa clericalizzazione degli uffici di governo anche per gli aspetti politici e amministrativi.

 

Gli inizi della Biblioteca Vaticana     Per tutta la vita Niccolò V fu un appassionato bibliofilo. Fin da giovane ritenne bene impiegato il denaro destinato a codici ben rilegati e ben illustrati, scritti con grafia elegante e chiara. Quando divenne papa ritenne necessario dotare la sede centrale della cristianità con la migliore biblioteca che si potesse radunare. Qualcuno ritenne uno spreco quelle spese, noi al contrario siamo grati al papa bibliofilo che fece acquistare libri in Europa e a Costantinopoli, prima che cadesse in mano ai Turchi. Il papa ordinò la traduzione in latino dei codici greci e fece preparare studi su vari argomenti che tenessero conto delle nuove acquisizioni culturali. Per avere un’idea quantitativa basti ricordare che al tempo di Eugenio IV le opere catalogate della Biblioteca Vaticana erano 350, mentre alla morte di Niccolò V il catalogo arrivava al numero 1209, compresi 414 codici greci contro solo due del predecessore.

 

La caduta di Costantinopoli     Gli ultimi anni del pontificato di Niccolò V non furono felici. Nel 1453, negli ultimi giorni di maggio Costantinopoli cadde in mano ai Turchi, dopo un terribile assedio che non commosse le potenze europee, troppo assorbite da conflitti locali. La caduta di Costantinopoli trasferiva il confine su una linea che va da Vienna a Venezia, lasciando esposta tutta la regione danubiana all’espansione islamica. I papi dei due secoli successivi, fino alla sconfitta turca intorno a Vienna del 1683, dovettero accollarsi il compito di tenere la guardia alta contro l’espansione islamica nell’Europa centrale.

 

La congiura di Stefano Porcaro     L’episodio di Stefano Porcaro si può comprendere solamente se si tiene presente che il periodo umanistico e rinascimentale è l’età classica delle congiure e degli attentati, considerati l’unico mezzo per impedire la tirannide, suggestionati dalle imprese di Armodio e Aristogitone contro Pisistrato, o di Bruto e Cassio contro Cesare. Proprio nel momento in cui si consolidava l’assolutismo politico, l’umanesimo celebrava il regime repubblicano. Stefano Porcaro era un nobile romano, colto e intelligente, che si era assunto come compito supremo della vita di uccidere il papa e restaurare in Roma il regime repubblicano. Poiché erano note queste sue idee, fu esiliato a Bologna, dove doveva presentarsi alle autorità ogni giorno. Si allontanò da Bologna in segreto con una cavalcata condotta allo stremo delle forze per giungere a Roma prima dei corrieri che recassero la notizia della sua fuga.. Si rifugiò in casa di un cognato organizzando l’attentato per il 6 gennaio, quando il papa sarebbe stato presente nella basilica di San Pietro per la festa dell’Epifania. La congiura del Porcaro, per altri versi, fu condotta in modo dilettantistico, facendo trapelare troppi indizi. Il cardinal Scarampo prese in mano la situazione e con le guardie di palazzo e altri volontari affrontò i rivoluzionari. Qualcuno riuscì a fuggire, il Porcaro si rifugiò in casa della sorella dove fu arrestato. Tre giorni dopo il Porcaro fu impiccato in Castel Sant’Angelo. Certamente nell’animo di Niccolò V l’episodio lasciò conseguenze durature anche perché in ambiente umanistico il Porcaro assunse l’aura del martire e pochi compresero l’ampiezza dei programmi papali per il futuro di una città che tutti dicevano di amare ma che volevano esaltare in modo differente.

 

La pace di Lodi     La caduta di Costantinopoli ebbe il potere di commuovere molti europei cancellando la penosa impressione lasciata dalla congiura del Porcaro. Ormai bisognava volgere ogni cura alla difesa dell’Italia minacciata dall’espansionismo turco. La diplomazia papale dovette rivolgersi al compito di far terminare le guerre in Italia e in Europa per poter organizzare la difesa contro i Turchi. Nel 1454 a Lodi, dopo estenuanti trattative fu firmata la pacificazione tra gli Stati italiani con un trattato che congelava la situazione allora esistente nella penisola. Si tratta della famosa politica dell’equilibrio tra le potenze italiane, con la potenza finanziaria di Firenze che fungeva da ago della bilancia. Furono scambiati tra tutte le corti ambasciatori residenti per vigilare sul mantenimento degli accordi. Il sistema funzionò abbastanza bene fino al 1494, permettendo la piena fioritura artistica ed economica degli Stati della penisola, finché la Francia di Carlo VIII non decise la conquista di Milano e di Napoli accampando diritti ereditari, contestati dalla Spagna che accampava diritti di segno contrario. Il papato seguì il programma tracciato da Niccolò V fino al tragico sacco di Roma del 1527, quando la Riforma protestante era già esplosa in tutta la sua incontenibile violenza, obbligando la Chiesa a modificare i suoi orientamenti.

 

Bibliografia

 

LUDWIG VON PASTOR, Storia dei papi dalla fine del medio evo, vol. I, Roma 1931.





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