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() La Vicenda di Giordano Bruno
Pubblicato il 01-03-2010 di Alberto Torresani
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LA VICENDA DI GIORDANO BRUNO Filippo Bruno (Giordano da religioso) nacque a Nola nel 1548, figlio di un soldato di ventura. Ancor molto giovane entrò nel convento domenicano di Napoli. Prodigiosamente dotato di intelligenza e di memoria, fu ammesso agli ordini maggiori, ma passando sopra al suo orientamento filosofico molto critico nei confronti di Aristotele, perché giudicato essenza della pedanteria, a favore di una visione platonica e magica del mondo desunta dalla filosofia di Marsilio Ficino e Pico della Mirandola. Nel 1576 gli fu intentato, all’interno del suo Ordine, un processo per eresia (era accusato essenzialmente di non credere nella divinità di Cristo e nella Trinità delle Persone divine). Fu trasferito a Roma nel convento della Minerva da cui fuggì, divenendo transfuga dall’Ordine domenicano (a quei tempi l’abbandono senza licenza di un Ordine religioso era paragonato alla diserzione dall’esercito). Si rifugiò a Ginevra tra i calvinisti, scoprendo anche tra loro pedanteria e intolleranza. Una satira impietosa ai danni di un professore dell’Accademia lo costrinse a fuggire da Ginevra. La tappa successiva fu Tolosa dove tenne un corso di lezioni sul Tractatus de sphaera mundi del Sacrobosco. Nel 1581 Bruno si trasferì a Parigi e alla Sorbona tenne un corso libero di lezioni che attirarono l’attenzione del re di Francia Enrico III. A Parigi il Bruno pubblicò due libri sull’arte della memoria, profondamente influenzati dal maggiore esponente della magia rinascimentale, Enrico Cornelio Agrippa di Netteshaim, da cui Bruno ricava l’elenco delle immagini magiche delle stelle collegate con gli elementi dell’alchimia da piegare al proprio volere. Uno dei libri ha per titolo De umbris idearum, ricavato dal commento necromantico al Tractatus de sphaera mundi del Sacrobosco, operato da Cecco d’Ascoli (non bisogna dimenticare che tutto l’umanesimo, a partire da Marsilio Ficino e da Giovanni Pico della Mirandola è dominato dall’ammirazione incondizionata per la Cabala ebraica e per gli Oracoli Caldaici attribuiti a Ermete Trismegisto, considerato contemporaneo di Mosè e fedele trasmettitore della sapienza egiziana: è questo il motivo della presenza delle Sibille pagane accanto alle storie della Genesi sulla volta della Cappella Sistina). Nel 1583 Bruno si reca in Inghilterra e, munito di una lettera di presentazione di Enrico III, prende alloggio presso l’ambasciatore francese a Londra, rimanendovi fino al 1585. A Londra Bruno pubblica molte opere. In primo luogo Triginta sigillorum explicatis, un’opera sull’arte magica della memoria, posta a fondamento di una nuova religione in grado di superare le divisioni operate nell’antica Chiesa dalla Riforma protestante. Sempre in Inghilterra, Bruno entrò in polemica con i dottori di Oxford, accusati d’aver abbandonato lo studio della filosofia a vantaggio delle lettere latine e greche. Sempre a Londra, il Bruno pubblica alcuni dialoghi italiani. La cena delle ceneri, eloquente difesa del sistema copernicano contro i pedanti di Oxford, ma senza comprendere o afferrare il nuovo approccio matematico ai problemi dell’astronomia; De la causa, principio et uno in cui si rammarica dei torbidi causati a Oxford coi suoi attacchi ai nuovi dottori, lamentando che venissero trascurati gli studi di filosofia e matematica in cui eccellevano gli antichi dottori, prima della riforma protestante; De l’infinito universo e mondi propone la visione bruniana di un universo con infiniti mondi, nessuno dei quali è centro o periferia di alcunché e che si identifica con Dio (panteismo); Lo spaccio della bestia trionfante in cui viene proposta la riforma morale e religiosa di Bruno volta a escludere gli estremisti religiosi di ogni specie a favore di un centrismo religioso inteso come un cattolicesimo senza Papa e senza Cristo, presieduto dal re di Francia Enrico III e da Elisabetta I d’Inghilterra. La Cabala del Cavallo pegaseo mostra l’utilizzazione fatta da Bruno degli scritti cabalistici ebraici di difficile lettura perché sfugge il significato dei simboli ricordati. Infine Degli eroici furori, una serie di sonetti petrarcheschi dedicata a sir Philip Sidney che in seguito apparirà come il promotore del petrarchismo inglese culminato nei sonetti di Shakespeare. Bruno fa seguire ai suoi sonetti le spiegazioni in prosa per rivelare il significato metalinguistico o emblematico adombrato dalle immagini proposte dai sonetti. La grande studiosa dell’età elisabettiana Frances Yates ritiene che il Bruno in Inghilterra si sia assunta la grande missione, confinante con la megalomania, di diffondere una nuova morale e una nuova religione da identificare con la “religione egiziana” fondata sull’ermetismo e l’arte della memoria che sarebbero fonti di una potenza occulta di straordinaria forza. È chiaro che non si può abitare per due anni nella residenza dell’ambasciatore francese a Londra, Michel de Castelnau de Mauvissière, senza esercitare un ufficio grato a quest’ultimo, ma anche al governo del paese ospitante (per le vicende del soggiorno inglese di Giordano Bruno si esamini di John Bossy, Giordano Bruno e il mistero dell’ambasciata, Garzanti, Milano 1992). Sappiamo che il Bruno aveva un carattere impossibile, tanto da renderlo “persona non gradita” in capo a un anno dovunque sia andato. A Londra fu ricevuto a corte da Elisabetta I, una miscredente notoria, ma anche sovrana estremamente prudente. È possibile che il Bruno abbia assunto iniziative personali di estrema gravità che alla fine produssero la rovina della missione diplomatica del Castelnau. Alla fine del 1585 Bruno tornò a Parigi dove provocò risentimenti tra i dottori della Sorbona a causa del suo violento antiaristotelismo. Ci fu anche un litigio con Fabrizio Mordente, un matematico che aveva inventato il compasso proporzionale, utile per la determinazione della parabola dei proietti d’artiglieria, più tardi messo a punto dal Galilei a Padova. Nel 1586 finì il soggiorno parigino di Bruno quando stava per esplodere una nuova fase della guerra civile tra Lega cattolica e Ugonotti. Si recò in Germania a Wittenberg, la città di Lutero e anche qui il Bruno suscitò tumulti che lo obbligarono a fuggire. Da Wittenberg Bruno si recò a Praga per avere accesso presso l’imperatore Rodolfo II d’Absburgo, un nevrotico appassionato di astrologia che poco più tardi inviterà a corte Ticho Brahe e Johannes Kepler, due tra i più famosi astronomi dell’epoca, col compito di preparare gli oroscopi imperiali. A Rodolfo II il Bruno dedicò gli Articuli adversus mathematicos, un duro attacco contro i matematici, compreso Copernico, ossia contro ciò che diventerà il fulcro della visione scientifica fino ai nostri giorni. In seguito Bruno si recò a Helmstedt dove scrisse un’orazione latina in lode del duca da poco defunto, e un libro, De magia, che compendia le conoscenze bruniane in questo campo. In seguito Bruno si recò a Francoforte, la capitale dell’editoria tedesca, per stampare alcuni poemi latini scritti nello stile di Lucrezio: De innumerabilibus, immenso et infigurabili; De triplici minimo et mensura e De monade numero et figura, stampati dal Wechel nel 1591. Anche questi poemi trattano di magia, di ermetismo, di cabalistica legata al significato magico dei numeri e di arte della memoria. Non conosciamo i motivi reali che indussero Bruno ad accettare l’invito, fattogli pervenire mediante un libraio, di Giovanni Mocenigo, un nobile veneziano desideroso di apprendere l’arte della memoria. Nell’estate del 1591, Bruno tornò in Italia. Dopo sedici anni di permanenza all’estero e dopo molte spiacevoli avventure, in larga misura causate da un carattere sprezzante, irruente, caustico, intollerante e a tratti venato di megalomania, Bruno si trasferisce in un paese dove vigilava il tribunale dell’Inquisizione. A Venezia dapprima prese alloggio in una locanda, poi si recò a Padova per alcuni mesi e infine accettò ospitalità in casa Mocenigo, frequentando il salotto letterario di casa Morosini. Forse il Bruno riteneva di avere acquisito meriti che lo ponevano al riparo da ogni pericolo. Il Mocenigo, non si sa bene per quale motivo, denunciò il suo ospite, che aveva manifestato l’intenzione di ripartire per la Germania, al tribunale veneziano dell’Inquisizione. La ricostruzione della vicenda giudiziaria è stata compiuta da Luigi Firpo, in un libro di mirabile equilibrio intitolato Il processo di Giordano Bruno, Salerno Editore, Roma 1998. I capi di imputazioni ricavati dalla denuncia del Mocenigo erano gravissimi perché il Bruno avrebbe affermato di non credere nella divinità di Cristo, nel dogma della Trinità, nell’efficacia dell’intercessione dei santi, nella verginità della Madonna. Inoltre Mosè non sarebbe stato altro che un mago egiziano e che si doveva preferire Caino ad Abele, visto che l’ultimo sacrificava animali. Vari erano i capi di imputazione circa bestemmia, trasgressioni di leggi ecclesiastiche sul digiuno o il celibato ecc. Tre concarcerati testimoniarono a carico di Bruno di averlo sentito parlar male del breviario e dei Padri della Chiesa, oltre ad aver affermato che ne sapeva più lui degli apostoli. Il processo di Venezia terminò con l’abiura di Bruno che molto abilmente ridusse, minimizzò i capi di imputazione affermando d’aver sempre parlato e scritto da filosofo, non da teologo. In realtà, il tribunale procedeva coi piedi di piombo e poiché unus testis, nullus testis, esistendo solo la denuncia del Mocenigo (i concarcerati erano considerati testi poco attendibili), era incline ad assolvere il Bruno. Ma a Roma pendeva il processo per eresia iniziato nel 1576, quando Bruno si era reso irreperibile con la fuga a Ginevra. Il papa Clemente VIII chiese l’estradizione del Bruno in quanto suddito non veneziano. Il governo di Venezia, forse in considerazione del fatto che il Bruno si era reso responsabile di offese a un nobile, concesse l’estradizione e il Bruno fu condotto a Roma dove subì un processo durato sette anni e concluso col rogo di Campo dei Fiori del 17 febbraio 1600. Ripeto che la lettura del libro di Firpo è quanto di meglio si possa desiderare, anche perché compaiono in appendice tutti i documenti esistenti negli archivi vaticani. Il processo fu ripetuto con estrema precisione, con una procedura ineccepibile, ma tutta la vicenda ci lascia insoddisfatti. Infatti il Bruno non era più un cristiano, si riteneva seguace della “religione egiziana”, un mago dotato di poteri eccezionali. I giudici ritenevano d’aver di fronte un religioso, un apostata, un eretico e tentarono tutte le vie per ottenere l’abiura che avrebbe comportato solo pene canoniche (esser relegato in un monastero di provincia, senza relazioni sociali con interlocutori che avessero conosciuto gli errori del filosofo). Di fronte alla sua ostinazione, lo abbandonarono al braccio secolare che riteneva degni di pena capitale gli errori non ritrattati. Perfino il giorno dell’esecuzione numerosi religiosi tentarono di ottenere l’abiura e la richiesta di perdono a Cristo che avrebbe fatto di Bruno un martire anche per la Chiesa. Per tutto il XVII secolo le opere di Bruno ebbero poco influsso. La fisica e l’astronomia si indirizzarono in una direzione che prescindeva dalla concezione magica del Nolano. All’inizio del XVIII secolo John Toland lo indicò come l’iniziatore del deismo, coltivato in Inghilterra da Herbert of Cherbury. Si può trovare qualche eco delle speculazioni bruniane in Leibniz (in particolare il concetto di monade), ma è solamente con Spinoza, Jakobi e Hegel che Bruno ricevette la fama di grande pensatore. Nel XIX secolo avvenne invece l’esaltazione di Bruno considerato martire laico della libertà di pensiero, con l’aureola dell’implacabile nemico della Chiesa cattolica che condannava a morte, per fanatismo antiscientifico, gli uomini migliori (Galilei, Bruno, Campanella). È curioso il fatto che gli esaltatori ottocenteschi del Bruno, in quanto positivisti, fossero esponenti di una scienza in netta antitesi con la concezione bruniana della magia e che la decisione di erigere il noto monumento sia stata presa da Francesco Crispi in seguito al fallimento di un tentativo di conciliazione tra Chiesa e Stato, seguito dalla decisione di convocare a Roma un congresso internazionale sull’ateismo con quattromila delegati, concluso con la colletta per la statua di bronzo e la scritta inneggiante al Bruno martire dell’intolleranza clericale.


di Alberto Torresani

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Commento:

02
Agosto
2015

18:14:36
Che bella sorpresa ;-)
Ciao fratel Carlo, felice di ritrovarti qui. Siamo amici da anni anche su Facebook (pur non sentendoci molto causa mia latitanza dal web) quindi mi identifico: sono Maurizio Urbani l'autore di quella versione del Cantico di Frate Sole che tu apprezzasti parecchio ormai 3 anni or sono. Buona estate anche a te! Maurizio
autore: PaoloDanei  | iscritto dal: 19-07-2015 | Posts: 1








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