faceBook
Caricamento in corso.... attendere prego ...
10-06-2016
Rosolini 15 anni dopo...Incontro con i due gruppi adolescenti seguiti per anni e oggi formati da uomini e donne adulti. Che gioia!

di fratel Carlo

10-06-2016
Piazza Armerina...fratelli sempre in cammino

di fratel Carlo

09-06-2016
Ritiro di Fraternità all'Eremo san Damiano


28-06-2014
Buona Estate!

di Fratel Carlo

03-03-2013
IL CONCILIO VATICANO II (1962-1965)di Alberto Torresani

di Alberto Torresani

18-02-2013
Riaperta la tomba dei compagni di san Francesco

di San Francesco Patrono di Italia

16-02-2013
Dos nuevos diaconos en la diocesis de Albacete

di La Tribuna de Albacete

01-10-2012
Festeggiare i 50 anni del Concilio, con Carlo Maria Martini nel cuore

di Giacomo Costa

25-09-2012
I FRATELLI DI SAN FRANCESCO DI ASSISI ONLUS:

di fratel Carlo

24-03-2012
LA PRIMAVERA ISLAMICA

di Alberto Torresani

16-03-2012
Dimissioni del papa. La teoria e la pratica

di Sandro Magister

08-02-2012
Cardenal Levada en el simposio sobre abusos a menores: Oir a las víctimas, reconocer el sufrimiento

di Zenit

07-02-2012
Alla Gregoriana si apre il Simposio sugli abusi contro i minori. Intervista con don Di Noto

di Mater

07-02-2012
Jesús nuestro contemporáneo Es el título del evento internacional que tendrá lugar en Roma en los próximos días. Ideado por el cardenal Ruini.

di de Sandro Magister

03-11-2011
Africa. Quella religione che immola i bambini

di Sandro Magister

02-11-2011
África. Esa religión que inmola a los niños

di por Sandro Magister

18-10-2011
Motu proprio con cui si indice l'Anno della Fede

di Vaticano

18-10-2011
BENEDETTO XVI A BERLINO

di Alberto Torresani

18-10-2011
AMBROGIO E AGOSTINO A MILANO

di Alberto Torresani

18-10-2011
Carta Apostólica "Porta fidei" con la que el Papa convoca el "Año de la fe"

di Vaticano

24-09-2011
Benedicto XVI se conmueve al recibir a víctimas de abusos de sacerdotes En el seminario de Erfurt

di news

05-04-2011
“Abbiamo ritrovato la vita!”

di meter

14-02-2011
Nuove chiese. Il Vaticano boccia i vescovi italiani

di Sandro Magister

14-02-2011
Nuevas iglesias. El Vaticano desaprueba a los obispos italianos

di Sandro Magister

12-02-2011
Martirio e speranza nella Chiesa di Cristo

di Alberto Torresani

12-02-2011
ICONOCLASTIA

di Alberto Torresani

12-02-2011
LA RIUNIFICAZIONE ITALIANA E IL PROBLEMA ISTITUZIONALE

di Alberto Torresani

26-01-2011
Benedetto XVI: "Siate persone autentiche" anche nelle reti sociali. Messaggio per la XLV Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali.

di Benedetto XVI

26-01-2011
Benedicto XVI: Ser personas autenticas tambien en la red

di Benedicto XVI

14-01-2011
GIOVANNI PAOLO II BEATO IL 1 DI MAGGIO. Pubblichiamo il Decreto di beatificazione

di Città del Vaticano

02-08-2015
Che bella sorpresa ;-)
di PaoloDanei

18-01-2015
A proposito della pratica islamica
di pgmma

25-03-2013
Primo parere sul Concilio
di pgmma

17-12-2011
Il Lusitania
di Belpa

26-09-2011
signore
di antoniodelnome



(295) Festeggiare i 50 anni del Concilio, con Carlo Maria Martini nel cuore
Pubblicato il 01-10-2012 di Giacomo Costa
Condividi
«« indice »»

 

A un mese dalla ricorrenza del cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II (11 ottobre 1962), la morte del card. Carlo Maria Martini ci ha coinvolto profondamente. Martini, che all’epoca del Concilio aveva circa 35 anni, non fu un padre conciliare. Iniziato alla fede e ordinato sacerdote prima del Vaticano II, tuttavia ne ha vissuto profondamente lo spirito. Ha saputo, con i suoi modi sobri e autentici, toccarci nel profondo e ci ha lasciato uno stimolo su come affrontare la vita della Chiesa e il suo rapporto con la società.
Dalla sua figura vogliamo lasciarci ispirare nella nostra riflessione su una celebrazione che sarebbe riduttivo intendere in modo solo “protocollare”. Riconoscere la distanza storica che ci separa dal Concilio permette di valorizzarlo come punto di riferimento imprescindibile per capire e impostare i nodi cruciali della vita della Chiesa nel mondo. Tra questi, affronteremo la questione dell’identità, della “differenza” cristiana, fonte di tensioni e incomprensioni: qual è il contributo specifico che la fede cristiana può dare al mondo di oggi? E soprattutto, qual è il modo più efficace di proporlo? Martini, con la libertà interiore frutto del confronto con la Parola e per questo maestro fedele all’unico Maestro, ci ha guidato per anni su questa strada, mostrando come fedeltà e apertura si arricchiscono reciprocamente. Come andare avanti, oggi?

1. La giusta distanza dal Concilio
A cinquant’anni dall’apertura del Concilio, il ricordo della concitazione e dell’emozione di quegli anni è sempre più sbiadito. Anche i movimenti, che all’interno della Chiesa avevano preparato il terreno all’assise conciliare in campo biblico, liturgico, catechetico, apostolico, si sono indeboliti. Soprattutto, per i nati dopo la metà del secolo scorso, il Concilio appartiene alla storia tanto quanto il Risorgimento, o come la caduta del Muro di Berlino per chi oggi ha meno di trent’anni. I racconti, magari entusiastici, di chi ha vissuto quell’epoca, così come la lettura dei testi conciliari o delle riflessioni dei teologi, non consentono comunque un accesso effettivo alla forza dirompente dell’evento Concilio: per chi è nato e cresciuto dopo, con la liturgia in lingua italiana o un catechismo non più formulato con domande e risposte (per menzionare solo due elementi immediatamente percepibili), la Chiesa di prima del Concilio è semplicemente inimmaginabile. Davvero il Vaticano II ha cambiato in modo irreversibile il mondo e il nostro modo di concepirlo, a dispetto di tanti dibattiti sulla sua recezione e sulla completezza della sua attuazione.
Questa constatazione ci spinge a considerare ormai conclusa la fase della prima recezione o della applicazione del Vaticano II. In altre parole, la ricorrenza del cinquantesimo anniversario può rappresentare il momento per assumere pienamente la “storicizzazione” del Concilio, già avviata dagli studiosi, non per allontanarlo dallo sguardo o per inserirlo fra i cimeli del passato, ma per aprirne nuovamente i tesori con un diverso metodo, evitando letture parziali che lo trasformino – come peraltro già avviene – in un repertorio di possibili citazioni a sostegno di quanto ciascuno pensa della Chiesa. È importante che le nuove generazioni, che non hanno vissuto direttamente il Concilio né i tempi “eroici” e conflittuali all’indomani della sua chiusura, possano confrontarsi con esso come entità compiuta, per interrogarsi su ciò che può rappresentare per la vita della Chiesa oggi.
Questo non significa certo svalutare la portata normativa del Vaticano II, ma aprirla a una comprensione della sua recezione che coniuga e articola l’esperienza kerygmatica, fatta sul terreno delle Chiese locali, e la prosecuzione di un lavoro di interpretazione del Vangelo in una prospettiva al contempo culturale ed ecumenica. Rinunciare alla chiave della “applicazione” suppone un cambiamento di mentalità, una riappropriazione del Concilio da parte delle comunità ecclesiali, assumendone lo spirito per permettere un’adesione interioreal corpus, coinvolgendo quindi l’esperienza dei soggetti recettori. Questo processo richiede di rispettare la circolarità non solo tra il Concilio e i recettori di oggi, collocati in un diverso universo culturale, ma anche tra questi due “poli” e la lunga tradizione della Chiesa. Si tratta di un compito difficile, poiché sono tre “poli” che non sussistono in se stessi, ma sempre in relazione con gli altri due. Ad esempio, se la distanza storica permette una rilettura dei testi conciliari nuovamente e diversamente feconda, il riferimento al Vaticano II consente di interpretare teologicamente il contesto di oggi. O anche: da una parte la lunga tradizione del cristianesimo si chiarisce alla luce del rapporto che con essa instaura il Vaticano II, dall’altra questa stessa tradizione – a condizione di rispettarla in tutta la sua ricchezza e complessità – dona ai passi compiuti dalla Chiesa durante e dopo il Concilio il loro vero significato teologico. In questa luce le dispute sulla continuità o rottura del Concilio rispetto alla tradizione appaiono tutto sommato secondarie.

2. Ascoltare lo spirito del Concilio
In questa prospettiva, la recezione del Vaticano II a cinquant’anni dalla sua celebrazione supera la questione dell’applicazione, più o meno letterale, dei suoi testi, e spinge la Chiesa intera, i singoli credenti come le comunità, a interrogarsi nuovamente sul proprio modo di essere presente nel mondo contemporaneo, già ormai così diverso da quello degli anni ’60 da far suonare obsoleti alcuni passaggi del Concilio. Pur con gli evidenti limiti dello spazio a nostra disposizione, ci sembra interessante provare a mostrare come i testi stessi del Concilio suggeriscano e, anzi, fondino teologicamente questo processo, al di là della lettera delle determinazioni più puntuali.
Secondo il Vaticano II, infatti, la rivelazione di Dio agli uomini non è, come ancora nel Vaticano I (1869-1870), un contenuto – delle verità da credere o dei precetti morali da compiere –, ma un’esperienza, un evento di incontro, di relazione, di comunicazione, di scambio. Dio «nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi, per invitarli e ammetterli alla comunione con sé» (Dei Verbum, n. 2). Perché questo dialogo sia autentico, è necessario che Dio si ponga al livello dell’uomo, che si metta completamente in gioco nella relazione che intrattiene con i credenti. Per questo non ci rivela dei contenuti o delle verità. In Gesù Cristo, Egli non ha che una sola cosa da comunicare: se stessocome mistero assoluto e come fine ultimo dell’uomo. I suoi partner, gli uomini, sono invitati a mettersi sulla stessa lunghezza d’onda: la loro risposta, la fede, consiste nell’«abbandonarsi interamente e liberamente» a colui che si rivolge a loro. La radice ultima di questo dono di sé, di questa offerta libera del credente è la coscienza (cfr ivi, n. 5), mentre le fonti di questa esperienza di Dio sono la Scrittura e la tradizione (cfr ivi, n. 7).
A partire da questa comprensione della rivelazione come relazione di Dio con l’uomo, il Concilio reimposta il rapporto che la Chiesa intrattiene con gli “altri”, con il mondo. Primo tra i Concili, affronta in maniera sistematica le relazioni ecumeniche nella Unitatis redintegratio, quelle con le religioni non cristiane nella Nostra aetate, e quelle con l’ateismo nella Gaudium et spes, documento in cui la Chiesa prende complessivamente in considerazione il suo modo di stare nella società contemporanea. In gioco sono la credibilità della Chiesa e la sua fedeltà al modo in cui Dio rispetta i suoi interlocutori.
La concezione “relazionale” della rivelazione dispiega i suoi effetti anche in campo pastorale, nel modo ordinario di concepire e realizzare il processo di annuncio e trasmissione della fede. Il “carattere pastorale” era elemento qualificante il Concilio fin dalla sua indizione da parte di Giovanni XXIII, ma, con il procedere dei lavori, esso non è più compreso come semplice traduzione di una dottrina precostituita nel linguaggio del mondo contemporaneo; si tratta piuttosto di entrare in un dialogo tra esseri liberi mettendosi completamente in gioco, seguendo il modo di fare di Cristo stesso. Questo processo resta paradigmatico per i credenti in tutte le situazioni culturali e storiche. Non c’è quindi una dottrina “fatta e finita” da esporre e applicare, né tali vogliono essere i decreti del Vaticano II: la pratica pastorale è una relazione viva e creativa con i destinatari del messaggio evangelico. È in gioco la coerenza tra ciò che è trasmesso (l’autocomunicazione di Dio nella relazione con gli uomini e la loro risposta) e il modo di farlo. Con la garanzia dello Spirito, la fedeltà non va cercata nella ripetizione meccanica di una dottrina. Credere che sia possibile rinnovare il linguaggio tradizionale della fede e il modo di proporla così da renderla accessibile e attraente in un mutato contesto culturale, come se si trattasse di cambiare l’etichetta o la confezione del prodotto senza alcun rapporto con il suo contenuto, non è solo pura illusione, ma è anche estremamente problematico dal punto di vista teologico.

3. La differenza cristiana
Come ben sappiamo, questa impostazione ha suscitato interpretazioni e reazioni contrastanti. Da una parte si è valorizzato il Concilio per il confronto libero e onesto con il mondo contemporaneo, a vantaggio della credibilità e della rilevanza della Chiesa. Dall’altra parte gli si è attribuito un “ingiustificato ottimismo” circa l’accoglienza della fede da parte dell’uomo moderno, un cedimento allo “spirito del mondo”, l’abbandono della vera tradizione, l’indebolimento del ruolo profetico della Chiesa. In una parola, lo si accusa di aver svalutato l’inalienabile “differenza” cristiana rispetto al mondo e, valorizzando il ruolo della coscienza, di aver ceduto sulla questione della verità.
Si tratta di un tema di non poco momento, che continua a essere dibattuto non solo a livello teologico, ma anche nelle sue conseguenze concrete: è meglio un partito cristiano in cui la “differenza” può rendersi visibile, o partecipare con altri in partiti nei quali i cristiani si devono confrontare con altre visioni del mondo, rischiando di risultare invisibili se non inefficaci? Di fronte a proposte di legge su questioni etiche sensibili, è propria dei cristiani l’affermazione di valori non negoziabili o una mediazione che rischia sempre il compromesso? Anche al di fuori della politica, i credenti impegnati devono fare i conti con la domanda sulla “differenza”: come “si vede” il fatto di essere cristiano nel modo di esercitare la professione, di vivere le relazioni familiari e di amicizia, di portare avanti un impegno sociale? Non agisce forse bene, se non meglio, anche chi non crede o crede diversamente? Si può essere “pienamente umani” senza fare riferimento a Dio? La questione della “differenza cristiana” è un nodo cruciale negli scontri e nelle incomprensioni dentro e fuori la Chiesa.
In realtà, come mostra il teologo franco-tedesco Christoph Theobald («La différence chrétienne. A propos du geste théologique de Vatican II» in Études, 1 [2010] 65-76), la tensione in merito all’atteggiamento nei confronti del mondo non polarizza solo le interpretazioni del Concilio, ma è presente nei testi conciliari stessi. Dimenticare che il Concilio non ha preso una posizione monolitica isterilisce e falsa le discussioni, anche attuali, tra i difensori dell’aggiornamento e i guardiani della differenza cristiana. La compresenza di posizioni diverse all’interno dei testi conciliari, che peraltro non è una novità nel magistero, è anzi salutare: è proprio della tradizione cattolica – non senza fatiche – permettere che diverse sensibilità si esprimano nel suo seno e non voler rinchiudere tutti in un’unica prospettiva teologica. Bisogna poi riconoscere che la tensione tra moderati e riformisti, in qualsiasi forma si presenti, è insopprimibile. E non è neanche un’esclusiva della Chiesa cattolica. Non è questo un modo per sminuire il carattere cruciale di questa tensione: la posizione in merito alla questione della differenza cristiana, infatti, informa il modo di stare al mondo come credenti, il rapporto con la società e la cultura, l’immagine della Chiesa e l’esercizio della sua autorità, la concezione della libertà e della coscienza, il rapporto stesso con Dio. Per questo il dibattito è tanto acceso, e la Chiesa deve assumere le divisioni che la attraversano.
Come mostra Ch. Theobald, i testi del Vaticano II giustappongono almeno due maniere non pienamente conciliabili di far valere la differenza cristiana, che si possono situare storicamente. La prima, nata nel XIX secolo, ha prevalso fino al Concilio. Essa non punta solo a difendere il cattolicesimo dallo spirito moderno e la missione di verità affidata alla Chiesa, ma propone anche un modello positivo: vuole restaurare o instaurare una cultura cattolica, ritenendo che il cattolicesimo debba rispondere a tutti i bisogni della società e informarne tutti gli ambiti (il partito cattolico, il sindacato cristiano, la scuola cattolica, ecc.), in opposizione al liberalismo, anche nelle sue declinazioni protestante e cattolica, che relega la religione nel privato. L’altra corrente, sviluppatasi soprattutto a partire dalla Seconda guerra mondiale, cerca invece di iscrivere la differenza cristiana all’interno dello sviluppo della modernità. Ecco, in breve, come le due prospettive affiorano in alcuni testi del Vaticano II.

a) Cristo Re
La prima è rintracciabile nella visione grandiosa di Cristo come compimento della storia e dell’universo (cfr Lumen gentium, n. 7; Gaudium et spes, n. 11). Si ritrovano tracce della visione di un cattolicesimo integrale, in modo particolare nell’affermazione ripetuta che l’uomo, se non si apre a Dio e non entra nel processo spirituale di trasformazione delineato dal Concilio, rischia di perdere la propria dignità. Questa posizione è riassunta da Paolo VI nel discorso di chiusura del Concilio: «la religione cattolica è per l’umanità; in un certo senso, essa è la vita dell’umanità. È la vita, per l’interpretazione, finalmente esatta e sublime, che la nostra religione dà all’uomo (non è l’uomo, da solo, mistero a se stesso?); e la dà precisamente in virtù della sua scienza di Dio: per conoscere l’uomo, l’uomo vero, l’uomo integrale, bisogna conoscere Dio». In questa prospettiva Cristo è presentato come il nuovo Adamo (il vero uomo) e il Re dell’universo. Diversamente però dal periodo precedente al Concilio, non viene ripresa l’idea di “riconquistare la società”, ma si valorizza la prospettiva che il Regno è “già” misteriosamente in questo mondo, ma “non ancora” compiuto (ivi, n. 39).

b) Cristo maestro
Nella seconda prospettiva Cristo è piuttosto il Maestro che insegna ai discepoli come entrare in contatto con gli altri e annunciare la Buona notizia. La rintracciamo nella Dichiarazione sulla libertà religiosa Dignitatis humanae, uno dei testi più dibattuti durante il Concilio e più contestati da quanti lo rifiutano. Questa prospettiva assume uno dei principali frutti dei tempi moderni, la libertà religiosa legata alla libertà di coscienza: «Il contenuto di una tale libertà è che gli esseri umani devono essere immuni dalla coercizione da parte dei singoli individui, di gruppi sociali e di qualsivoglia potere umano, così che in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza né sia impedito, entro debiti limiti, di agire in conformità ad essa: privatamente o pubblicamente, in forma individuale o associata» (n. 2). La storia moderna occidentale, promuovendo la libertà religiosa, ha obbligato la Chiesa a reinterrogarsi sulla propria tradizione (cfr n. 1). Nel farlo, essa scopre che il riconoscimento della dignità umana è, almeno in parte, un frutto del Vangelo (cfr n. 12) e riceve un aiuto per reinterpretare la stessa identità cristiana. È questo il cuore del n. 11, in cui si rilegge l’itinerario di Gesù che porta la salvezza in un rispetto assoluto di ogni interlocutore. Senza negare l’identificazione di Gesù di Nazareth con il Verbo eterno, la Dichiarazione preferisce questo approccio relazionale, più umile e concreto, al mistero di Dio rivelato in Cristo. «Gli apostoli, istruiti dalla parola e dall’esempio di Cristo, hanno seguito la stessa via» (ivi) e così tutti i martiri e i fedeli: la differenza cristiana emerge qui come modo profetico di agire nel mondo e come stile di relazione con l’altro, e si apre la possibilità di riconoscere che, nella vita del popolo di Dio, si sono «avuti modi di agire meno conformi allo spirito evangelico, anzi ad esso contrari» (n. 12).
In questa prospettiva, la missione di verità della Chiesa è ricompresa in termini di servizio alla «ricerca condotta liberamente, con l’aiuto dell’insegnamento o dell’educazione, per mezzo dello scambio e del dialogo con cui, allo scopo di aiutarsi vicendevolmente nella ricerca, gli uni rivelano agli altri la verità che hanno scoperta o che ritengono di avere scoperta» (n. 3); la questione della verità è così iscritta nello spazio sociale e politico delle nostre democrazie. Anche la prospettiva “integrale” del cattolicesimo non è negata ma ricompresa, valorizzando il contributo di ognuno: tutti i gruppi religiosi (e non solo la Chiesa cattolica) hanno il diritto di «manifestare liberamente la virtù singolare della propria dottrina nell’ordinare la società e nel vivificare ogni umana attività» (n. 4), a condizione di operare in favore di una armonizzazione pacifica dei diritti di tutti e del bene comune fondato sulla giustizia.

4. L’aiuto di Carlo Maria Martini
Gli attuali problemi di orientamento vengono almeno in parte dal fatto che il Concilio Vaticano II resta segnato da entrambe le posizioni. I cinquant’anni che sono trascorsi dalla sua celebrazione ci mostrano come il tentativo di continuare ad affermare la verità sullo sviluppo integrale dell’uomo conduca la Chiesa, almeno in Occidente, a scontrarsi con il pluralismo radicale della società e della cultura, finendo per richiudersi nei propri spazi. È così almeno legittimo interrogarsi se l’intransigenza sui principi sia effettivamente fondata sul Vangelo o se non sia necessario ascoltare e interpretare teologicamente gli sviluppi della postmodernità e capire come fare valere altrimenti la differenza cristiana. Confrontarsi con la forma contemporanea di comprendere la libertà umana ha condotto e può ancora condurre a una reinterpretazione dell’identità cristiana e a una maniera diversa di concepire la presenza profetica – e quindi fedele alla tradizione – della Chiesa nella società. È una sfida troppo elevata?
Certamente è la sfida cruciale del nostro oggi. Testimoni come il card. Martini ci mostrano nella pratica come questo sia possibile e anzi permetta di attingere alla tradizione le risorse, la libertà e l’entusiasmo per impegnarsi nel mondo. Con la finezza che sempre lo ha contraddistinto, Martini si è tirato indietro alla vigilia delle celebrazioni dell’anniversario del Concilio, lasciandoci di fronte alle nostre responsabilità. Da autentico maestro, formatosi grazie alla meditazione della Scrittura e del modo di fare di Cristo, non ci lascia ricette da applicare, ma ci addita la Parola come guida e ci pone domande, ad esempio quelle della sua ultima intervista: «Come si può liberare la brace dalla cenere in modo da far rinvigorire la fiamma dell’amore? Per prima cosa dobbiamo ricercare questa brace. Dove sono le singole persone piene di generosità come il buon samaritano? Che hanno fede come il centurione romano? Che sono entusiaste come Giovanni Battista? Che osano il nuovo come Paolo? Che sono fedeli come Maria di Magdala?». Cercare oggi, insieme, la risposta a queste domande è il modo migliore per celebrare i cinquant’anni del Concilio e per onorare la memoria di Carlo Maria Martini.

Giacomo Costa SJ
Direttore di Aggiornamenti Sociali

www.aggiornamentisociali.it

 

 

 


 


di Giacomo Costa

E' necessario un Login o registrarsi al sito

Aggiungi un Commento:


Prima di pubblicare un tuo commento assicurati che:
  • sia in tema e contribuisca alla discussione in corso
  • non abbia contenuto razzista o estremista
  • non sia offensivo, calunnioso o diffamante
La redazione con i controlli a campione si riserva di cancellare qualsiasi contenuto ingiurioso, volgare, illegale o contrario alla policy
Titolo: 
Commento:









Il nostro nuovo Eremo
in Spagna