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(283) LA RIUNIFICAZIONE ITALIANA E IL PROBLEMA ISTITUZIONALE
Pubblicato il 12-02-2011 di Alberto Torresani
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      Nell’epoca napoleonica, dal 1796 al 1815, e per la prima volta dopo la caduta dell’Impero romano d’occidente, gran parte della penisola italiana si trovò unificata sotto un governo con sede a Milano, ma seguendo direttive che venivano da Parigi. Il Piemonte era stato annesso alla Francia e i Savoia si erano rifugiati a Cagliari, al riparo della flotta inglese. Furono anni turbinosi, segnati da guerre sanguinose e caratterizzati da forte prelievo fiscale che obbligava i proprietari terrieri a razionalizzare le loro aziende. L’imprenditoria lombarda colse rapidamente le nuove opportunità, favorita anche dagli impulsi ricevuti dal governo austriaco che nel corso del Settecento aveva risollevato la regione dalla stagnazione del periodo spagnolo. Un mercato comune da Milano a Roma aveva abituato gli imprenditori lombardi a pensare in grande.

     Col ritorno degli Stati dell’antico regime, tra Milano e Bologna c’erano almeno sette frontiere doganali, in entrata e in uscita, con ristagno degli affari. Nel frattempo, la vivace cultura romantica rievocava i fasti della vita italiana nell’epoca dei comuni, in grado di sconfiggere gli imperatori tedeschi che calavano in Italia. Il problema dell’unificazione italiana e tedesca fu il problema europeo per eccellenza, dopo il Congresso di Vienna. Come sempre, furono i letterati a porre il problema. Il Manzoni, quando accenna ai soldati che, nella stagione della vendemmia, non esitavano a entrare nelle vigne per alleggerire le fatiche dei contadini, certamente faceva pensare ai soldati austriaci, o almeno così pensavano i lettori del romanzo.
     A partire dal 1830 si aprì un intenso dibattito circa la futura riunificazione italiana. La soluzione più radicale fu proposta da Giuseppe Mazzini. Dopo l’insuccesso della sua Lettera a Carlo Alberto, con la proposta di porsi a capo del movimento di riunificazione, il Mazzini passò alla forma repubblicana che a quei tempi appariva come una soluzione di estrema sinistra. Dovette rifugiarsi all’estero, in Svizzero e in Gran Bretagna. Mazzini propose di riunire l’Italia per mezzo di sollevazioni popolari dopo aver effettuato un programma di educazione nazionale. Si trattava di un progetto confuso e anche velleitario. Nessuna delle insurrezioni ebbe successo, ma obbligò i governi minacciati a spendere denaro per rafforzare la polizia che, alla prova dei fatti, fu travolta da ben altri avvenimenti. Il Mazzini ricevette continui finanziamenti dai governi britannici, guidati dopo il 1832 da leader radicali, interessati alla creazione di uno Stato unitario in Italia, perché sarebbe divenuto cliente della Gran Bretagna, formando un contrappeso alla Francia nel Mediterraneo. Giuseppe Garibaldi, rimasto fino al 1848 un convinto mazziniano, fu un genio della guerriglia e della comunicazione a livello popolare, con modesta comprensione dei problemi politici più complessi: divenne monarchico quando Cavour cominciò ad affidargli incarichi ufficiosi, da politica dei fatti compiuti, da sconfessare in caso di insuccesso, da ascrivere a merito della diplomazia nei casi fortunati.
     A partire dal 1843, con la pubblicazione Del primato morale e civile degli italiani di Vincenzo Gioberti, fu avanzata la proposta di promuovere l’unione federale degli Stati italiani, ciascuno dei quali conservava il potere locale, sotto la presidenza onoraria del Papa e sotto quella effettiva dei Savoia, col Lombardo-Veneto che rimaneva sotto tutela austriaca, ma facente parte della Confederazione italiana, insieme coi Ducati padani di Modena e Parma, il Granducato di Toscana e il Regno delle Due Sicilie. Era la soluzione moderata che non prevedeva di passare attraverso la guerra per potersi realizzare. In questa soluzione si riconosceva, almeno in parte, anche Antonio Rosmini, l’altro grande filosofo dell’epoca, che da Stresa guidava il rinnovamento filosofico dei cattolici italiani perché potessero superare il ritardo culturale nei confronti della modernità e perché si adattassero alla sovranità dei Savoia come unica realtà politica in grado di riunificate l’Italia. Il Rosmini considerava esaurita la funzione dello Stato della Chiesa, e cercava di evitare il pericolo di dissidio tra Stato e Chiesa in Italia, che sarebbe stato vantaggioso solamente per un anticlericalismo rozzo in un paese che, sotto il profilo culturale, aveva solamente il cattolicesimo come fattore unificante. Da Rosmini dipende strettamente il Manzoni, a sua volta giudicato indispensabile perché con la sua arte contribuisse al rinnovamento culturale del clero italiano, e perché assumesse un orientamento meno reazionario e codino di quello adottato di fronte all’assalto della rivoluzione francese. Il Rosmini era convinto che il rifiuto della modernità non poteva durare all’infinito. Come è noto, questo progetto fallì nell’autunno del 1848, quando Mazzini e Garibaldi guidarono l’avventura della Repubblica Romana, durata fino al luglio 1849.
     Camillo Benso di Cavour assunse la guida del liberalismo italiano, erede di fatto del giacobinismo e degli ideali rivoluzionari, ma ben deciso a bloccare la rivoluzione su obiettivi politico-costituzionali, senza permettere che sfociasse in soluzioni economico-sociali (Tomasi di Lampedusa riassunse questi propositi nella famosa battuta del Gattopardo: cambiare tutto perché nulla cambi). Insomma, il Cavour era ben deciso a fare lui la rivoluzione per impedire che la facessero teste vuote come i repubblicani, con pericolo dell’assetto sociale e dei titoli di proprietà. Bisognava rassicurare i proprietari terrieri che nulla sarebbe cambiato, eccetto la proprietà ecclesiastica, chiamata a finanziare le spese del cambiamento. Cavour è l’unico grande statista, all’interno del gruppo dei padri della patria che complessivamente, al consuntivo finale, risultano piuttosto modesti. I modelli politici di Cavour furono trovati in Francia e Gran Bretagna dove si recava ogni anno nella stagione invernale, facendo tappa a Ginevra, la città della madre. Cavour letteralmente non conosceva il resto d’Italia, essendo Verona la città più lontana raggiunta a est, e Genova a sud. Sorretto da notevole pragmatismo, modernizzò l’agricoltura piemontese mediante una forte imposizione fiscale che obbligava i proprietari a coltivare più razionalmente la terra, come lui aveva saputo fare con le proprietà di famiglia. Perciò il Piemonte ebbe ferrovie, strade, telegrafo prima e in misura più abbondante del resto d’Italia e perciò era in grado di assumere iniziative politiche con l’aiuto di Stati esteri divenuti creditori del governo piemontese.
     Sulla stessa linea del Cavour, ma con altri obiettivi istituzionali, si colloca Carlo Cattaneo, sostenitore di un federalismo somigliante alla Confederazione Elvetica o agli Stati Uniti d’America, un fiero repubblicano che inorridiva all’idea di trasformare Milano in una prefettura dipendente da Torino, convinto sostenitore dell’agricoltura lombarda da lui studiata in modo approfondito. Sosteneva che la rivoluzione italiana doveva passare attraverso un rinnovamento scientifico e tecnico (Cattaneo fu tra i promotori del Politecnico di Milano) e temeva come la peste le tiritere dei letterati italiani sempre pronti a citare le massime di scrittori antichi. Il Cattaneo era convinto che la guida piemontese della politica italiana avrebbe condotto al potenziamento dell’esercito, il peggiore degli investimenti, per mantenere truppe che, alla prova del fuoco, non avrebbero retto per mancanza di preparazione tecnico-scientifica. Egli era uno dei pochi sociologi italiani capaci di analizzare i mutamenti dell’opinione pubblica. Dopo aver guidato il comitato militare delle Cinque giornate di Milano, si rifiutò di collaborare coi piemontesi: si ritirò in Svizzera rimanendovi fino alla morte.
     Pio IX, eletto papa nel 1846, fu vittima della manipolazione dell’opinione pubblica più clamorosa. Poiché la polizia austriaca non poteva arrestare dimostranti che gridavano “Viva Pio IX”, divenne oggetto di inaudite manifestazioni di delirio popolare. Si diceva che avesse letto, e non disapprovato, il Primato del Gioberti e perciò fu arruolato tra i federalisti, supponendo che avrebbe approvato una guerra di liberazione contro l’Austria. Alcuni gesti normali, come l’amnistia dei prigionieri politici dopo la sua elezione, furono interpretati come adesione ai progetti di unificazione dell’Italia. Tuttavia, un’iniziativa politica di notevole interesse fu tentata proprio da Pio IX. Uno tra i pochi collaboratori veramente intelligenti, Mons. Giovanni Corboli-Bussi fu inviato in missione a Firenze presso il Granduca di Toscana, a Modena e Parma presso quei Duchi e a Torino presso re Carlo Alberto per proporre la creazione di una Unione Doganale Italiana, comprendente anche lo Stato della Chiesa, da aprire in seguito a tutti gli Stati italiani che ne facessero richiesta. La proposta fu accettata a Firenze, a Modena e a Parma, ma fu rifiutata a Torino, dove ormai si fiutava la possibilità di conquista militare della penisola, approfittando della momentanea debolezza della monarchia degli Absburgo. Si tenga presente che il cammino della riunificazione tedesca iniziò con un provvedimento analogo, lo Zollverein, che uniformò le tariffe doganali degli Stati tedeschi, come avvenne in Europa nel 1950, quando fu creata la Comunità Economica del Carbone e dell’Acciaio, inizio dell’unificazione politica d’Europa.
     Il Risorgimento italiano si è sviluppato nel corso di 22 anni, tra il 1848, la Prima guerra d’indipendenza e il 1870, la presa di Roma. Si tratta di avvenimenti molto problematici e occorre chiamare i fatti avvenuti col loro nome, per non rischiare l’equivoco denunciato da Tacito quando scriveva: Vera etiam rerum perdidimus nomina.
     Il 1848 fu preparato da due anni di cattivi raccolti, divenuti una drammatica carestia in Irlanda, ma con gravi conseguenze anche altrove. La fame e la disoccupazione sempre sono state causa di rivoluzioni. I tumulti iniziarono a Palermo in perenne polemica con Napoli. Proseguirono a Parigi dove fu proclamata la Seconda repubblica. Arrivarono a Vienna provocando la caduto del Metternich e l’abdicazione dell’imperatore Ferdinando a favore del nipote diciottenne Francesco Giuseppe. Seguì la rivolta di Venezia e le Cinque giornate di Milano, concluse col ritiro del Radetzki nelle fortezze del Quadrilatero. Carlo Alberto dichiarò guerra all’Austria ed entrò in Milano, spendendo il mese di aprile per ottenere l’annessione della Lombardia mediante plebiscito. A maggio furono riprese le operazioni militari nella speranza che Verona si sollevasse contro gli Austriaci, cosa che non avvenne. L’esercito piemontese arrivò fino al sobborgo di Santa Lucia, ma solo per effettuare la ritirata senza troppi danni. A luglio Radetzki ricevette rinforzi e poté sconfiggere a Custoza l’esercito piemontese. Ad agosto fu firmata una tregua di sei mesi, con ritiro delle truppe piemontesi oltre il Ticino, senza tentare la difesa di Milano. Nel frattempo, il 29 aprile, Pio IX aveva chiarito di non poter entrare in guerra con una parte dei suoi figli: da papa osannato divenne bersaglio di insulti. Il papa aveva progettato di nominare cardinale e segretario di Stato il Rosmini, subito inviato a Roma dal governo piemontese come plenipotenziario per stipulare l’alleanza col papa. Ma nel frattempo, il Parlamento subalpino discuteva la soppressione dei Gesuiti e delle loro scuole, accusati di essere troppo ligi al papa. A Roma fu assassinato Pellegrino Rossi, nominato primo ministro di un ministero composto di laici. In seguito, i dimostranti si diressero verso il palazzo del Quirinale residenza del pontefice. Uno dei suoi segretari fu ucciso e perciò Pio IX decise di fuggire da Roma e chiedere asilo politico a Ferdinando II, re delle Due Sicilie. Sfumò la nomina del Rosmini alla carica di segretario di Stato e fu scelta la linea dura di opposizione frontale al liberalismo suggerita dai Gesuiti. L’assenza del papa da Roma favorì i progetti radicali di Mazzini e Garibaldi che, giunti nella città eterna, proclamarono la decadenza del potere temporale dei papi e l’avvento della Repubblica Romana. Come primo provvedimento fu decisa la confisca del patrimonio ecclesiastico per finanziare la guerra contro la Francia desiderosa di sostituire l’Austria come potenza egemone in Italia. Nel 1849, a marzo, fu ripresa della guerra contro l’Austria da parte del Regno di Sardegna, terminata dopo tre giorni con la cattura dell’esercito piemontese a Novara. Carlo Alberto abdicò, sostituito dal figlio Vittorio Emanuele II. A Roma, la Repubblica Romana fu attaccata da un esercito francese, peraltro tenuto in scacco fino all’inizio di luglio, quando Garibaldi fu costretto alla fuga, dirigendosi a Venezia che ancora resisteva all’esercito austriaco. Ad agosto tutto era finito.
     Nel 1849 inizia la carriera politica del Cavour. Eletto al Parlamento subalpino subito ricevette il ministero di agricoltura, stante l’innegabile competenza, in un governo presieduto dal d’Azeglio. Nel 1852, il Cavour provocò la caduta del proprio governo, con la famosa politica del connubio  tra i settori moderati della destra e della sinistra. Cavour fu chiamato a presiedere il nuovo governo, arrivando a dirigere fino a quattro dicasteri, mediante un attivismo frenetico impresso agli affari politici. Il programma prevedeva l’adozione di una forte spinta anticlericale per chiarire chi doveva governare. Con le leggi Siccardi del 1850 fu abolito il Foro ecclesiastico e il diritto di asilo in chiese e conventi; con le leggi del 1855, Cavour fece chiudere e confiscare metà degli stabilimenti ecclesiastici, resistendo anche al re che avrebbe preferito un certo accomodamento con la Chiesa. Cavour decise l’alleanza con Francia e Gran Bretagna, inviando una spedizione militare che aveva il compito di assediare i Russi nella fortezza di Sebastopoli in Crimea e in seguito partecipò alle trattative di pace a Parigi, denunciando la presenza degli Austriaci in Italia come probabile causa della futura guerra. Tale guerra in realtà fu preparata proprio dal Cavour con tutte le sue forze. Si tratta della Seconda guerra d’indipendenza del 1859, avendo come alleato Napoleone III il cui esercito poté utilizzare le nuove ferrovie per far affluire rapidamente sul Ticino l’esercito francese sbarcato a Genova. Posta della guerra era il Lombardo-Veneto, ma Napoleone III, dopo le battaglie di Solferino e San Martino, a seguito di pressioni del governo francese, decise di porre termine al conflitto, rinunciando al Veneto. Cavour si dimise rimanendo lontano dal potere per circa sei mesi, nel corso dei quali avvennero i plebisciti che chiedevano l’annessione al Piemonte dei Ducati padani, del Granducato di Toscana e delle Delegazioni di Romagna. Il bottino di guerra era enorme e finì per suggerire anche il rilancio dell’anno seguente. Garibaldi si era coperto di gloria impegnando gli Austriaci coi suoi Cacciatori delle Alpi. Nell’autunno-inverno tra il 1859 e il 1860, inaugurò molte Società di tiro a segno, la copertura di arruolamenti paramilitari, e nel maggio 1860, per i famosi Mille, ricevette due navi che gli permisero di sbarcare a Marsala, al riparo della flotta inglese. Forniti da quel governo, poté disporre di tre milioni di franchi oro, spesi per finanziare la dissoluzione dell’esercito dei Borbone. Perciò, tutta la penisola, meno Veneto e Lazio, era stata conquistata. La morte del Cavour, avvenuta nel giugno 1861, tolse al paese una guida spregiudicata, ma almeno capace e competente. Il Cavour fu presente alla storica seduta del 17 marzo 1861 quando il re Vittorio Emanuele II decise di mantenere inalterata la numerazione del suo nome, un modo per definire la formazione del regno d’Italia come se fosse l’espansione del Regno di Sardegna; poi Roma fu dichiarata la futura capitale d’Italia. Alla cerimonia assistette anche il Manzoni, nominato senatore a vita. Il Rosmini era morto nel 1855.
     Nel 1864 la capitale fu trasferita da Torino a Firenze, non senza tumulti sanguinosi. Nel 1866, a seguito di un’alleanza con la Prussia prevista per soli tre mesi, avvenne la Terza guerra d’indipendenza, la più problematica. L’esercito italiano fu sconfitto a Custoza e anche la flotta, rabberciata e priva di amalgama, fu sconfitta a Lissa, ma ugualmente il Veneto fu ceduto alla Francia che lo girò all’Italia. Ancora una volta Garibaldi fu l’unico in grado di impensierire l’esercito austriaco, ma dovette ritirarsi dal Trentino. Nel 1867, a Mentana fu compiuto un nuovo colpo di mano per occupare Roma, sempre per iniziativa di Garibaldi, che in caso di insuccesso, poteva esser sconfessato col pretesto che si trattava di ribelli operanti senza mandato superiore. Nel 1870 fu colta l’occasione, offerta dal conflitto franco-prussiano, di occupare Roma che, per volontà di Pio IX, non oppose resistenza. Fu aperta la breccia di Porta Pia e i bersaglieri balzarono sulle macerie con troppo entusiasmo, perché ci furono alcuni caduti dovuti a fuoco amico. Il papa Pio IX lasciò il palazzo del Quirinale ritirandosi nel Vaticano con la basilica e la piazza che non furono occupate dalle truppe italiane. Si salvò la Biblioteca Vaticana e non fu cosa da poco, dati i tempi.
     L’unificazione italiana era nell’aria e si sarebbe realizzata in ogni modo. La soluzione scelta non fu la migliore. Finì per imporsi il modello costituzionale tipicamente francese, con una capitale che domina sulle altre città, mediante la presenza del prefetto che rappresenta la volontà politica del centro. Dopo l’unità, l’enorme debito pubblico fu “spalmato” sul resto d’Italia, anche se i benefici delle opere pubbliche finanziate con quel denaro rimanevano in Piemonte. Il prelievo fiscale, sempre molto alto in Piemonte, fu esteso al resto d’Italia che non conosceva tassazione tanto elevata. Cosi avvenne per i Codici, con soppressione degli usi civici ancora utili in una società che mostrava estrema povertà, con tassi di analfabetismo che in molti luoghi arrivavano al 90% della popolazione. Il servizio militare obbligatorio di 36 mesi non era conosciuto fuori del Piemonte e, con le tasse, fu esteso senza alcun gradualismo. Perciò non desta meraviglia l’ampia diffusione del brigantaggio, rimasto endemico in qualche luogo fino alla Seconda guerra mondiale. La cultura politica dei Savoia appariva arcaica. Eredi di uno stato cuscinetto sulle Alpi, erano abituati a continui passaggi di alleanza tra l’uno e l’altro Stato tenuti separati, accettando l’offerta più conveniente per espandersi. Anche la politica estera non era dettata dalla geografia e perciò non era una dottrina geopolitica costante nel tempo. I Savoia si immaginavano come comandanti dell’esercito e ritenevano la guerra come compito supremo della dinastia: vestivano l’uniforme ed erano educati a pensare che marina ed esercito avevano la priorità su tutto. I piemontesi erano sinceramente affezionati alla loro monarchia e ne accettavano il peso. Un esercito numeroso e una flotta che, almeno nominalmente, era la seconda per importanza nel Mediterraneo, alimentò a lungo aspirazioni coloniali, che costarono moltissimo denaro. La critica di gran lunga più grave riguarda il rifiuto di una struttura federale in grado di obbligare le regioni meno sviluppate ad assumere la responsabilità della propria amministrazione. Anche la mancata soluzione del conflitto con la Santa Sede è un appunto da muovere alla nuova realtà politica, sorta nella seduta del marzo 1861, che non seppe cogliere la singolarità mondiale della presenza del papa a Roma, che certamente era un problema, ma anche un’opportunità.

di Alberto Torresani

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