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(282) ICONOCLASTIA
Pubblicato il 12-02-2011 di Alberto Torresani
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     Islamismo ed ebraismo sono religioni aniconiche dove il divieto di rappresentare Dio con statue, pitture a colori, ricami è assoluto: Dio è il totalmente altro che non può essere limitato in una qualunque materia sensibile. Si ripete che il monoteismo rappresenta un progresso notevole rispetto all’idolatria, al feticismo, al politeismo, all’animismo, ossia a tutte le manifestazioni religiose precedenti. Eppure il metodo fenomenologico applicato alle religioni dimostra che il feticismo, ossia il rispetto religioso per certi alberi o certe pietre, o certe sorgenti non era rivolto a quei fatti naturali, bensì essi erano luoghi per entrare in contatto col divino che, come tale, non si identifica con quegli eventi. L’idolo non è il divino, bensì occasione per l’epifania del divino e così il totem: perciò idolo e totem erano testimonianza della presenza dell’assente, ma ben reale, e perciò l’idolo o il totem andavano onorati. Dunque anche ebraismo e islamismo dovrebbero rispettare coloro che non hanno avuto accesso a una rivelazione certamente superiore: essi sono da compatire perché si accontentano di qualcosa di così modesto rispetto all’illuminazione a loro riservata da Dio stesso circa la trascendenza divina. Si potrebbe dire che tutte le religioni, dalla più semplice alla più evoluta tra quelle che non sono state rivelate, come è il caso del politeismo greco-romano, discendono dall’unica rivelazione naturale di Dio avvenuta agli inizi dell’umanità, quando Egli parlava faccia a faccia con i progenitori, anche se questo dialogo famigliare, in seguito all’intemperanza umana, è andato perduto, sopravvivendo come tenue ricordo. Tuttavia, islamismo ed ebraismo, quando arrivavano al potere, distruggevano tutto ciò che significasse rappresentazione della divinità. Così è sorto il fenomeno dell’iconoclastia, il progetto di distruggere le immagini degli dèi, giudicate fonte di corruzione del popolo. Gli ebrei infatti, sempre vissuti in mezzo alle popolazioni cananee, sapevano di avere un Dio potente che li aveva liberati dalla schiavitù dell’Egitto, ma trovavano opportuno ricorrere anche alla religione dei popoli che vivevano accanto a loro, subendone il fascino, ma col pericolo del sincretismo, ossia di mescolare culti tra loro contraddittori. Perciò la mancanza di immagini appare il punto debole del monoteismo che perciò reagisce con la violenza e l’intolleranza.
     Il discorso per il cristianesimo è diverso. Cristo è vero Dio e vero uomo e in quanto tale può essere rappresentato. Di fatto, nelle catacombe compaiono fin dai primi secoli raffigurazioni del buon pastore, dell’Eucaristia, della fede e delle altre virtù, in forza dell’assunzione dell’umanità in Dio attraverso Gesù, e perciò perfino nella Trinità. Anche tra i cristiani ci furono episodi di intolleranza nei confronti degli idoli o dei templi pagani, suggeriti da una lettura fondamentalista dei passi biblici che ordinavano di non aver contatto con gli dèi falsi e bugiardi, tuttavia finì per prevalere l’idea che i templi pagani andavano riconsacrati in onore del vero Dio e le statue pagane andavano conservate per fini di studio, come avveniva per la letteratura pagana, sempre ammirata per via dello stile considerato perfetto. La tempesta dell’iconoclastia si sviluppò in oriente al tempo di Leone III l’Isaurico, nel 726, con l’ordine di non confezionare nuove icone e di distruggere alcune tra esse, come il celebre Cristo del palazzo imperiale. Quella crisi, con una interruzione abbastanza lunga, durò fino all’842, quando l’imperatrice Teodora ordinò il ripristino del culto delle immagini nella prima domenica di quaresima dell’anno indicato, divenuta la festa delle icone. Il papa Gregorio II reagì all’editto di Leone III, affermando che le immagini erano venerate da tempo immemorabile e che la tradizione aveva una forza che non si poteva annullare. La crisi dell’iconoclastia era suggerita soprattutto da considerazioni politiche. Leone III proveniva dall’Isauria, al confine con la Siria, dove c’erano popolazioni rimaste cristiane sotto l’Islam. L’imperatore riteneva di poter recuperare la Siria nestoriana e l’Egitto monofisita, cedendo sulla questione delle immagini che trovavano quelle comunità sottomesse all’Islam aniconico e quindi accusate di risultare un volgare paganesimo idolatra, perché tolleravano le statue di Cristo e dei santi: diveniva politicamente corretto abolire le immagini. Nel 787, l’imperatrice Irene, decisa a conservare il potere, convocò e volle presiedere a Nicea un concilio che non fu celebrato a Costantinopoli a causa del fiero contrasto tra iconoduli e iconoclasti. La decisione finale di quel concilio fu di proclamare la liceità e la convenienza della venerazione delle immagini, in primo luogo perché il culto non è tributato al significante, la statua o l’immagine dipinta, bensì al significato, Cristo e poi anche la Madonna e i Santi che, in forza dell’assunzione dell’umanità in Dio, diventano degni di venerazione, riservando l’adorazione solamente a Cristo e alle altre Persone Divine.
     A partire da quel momento, in oriente comincia un’epoca di estrema attenzione per le immagini che acquistano nella liturgia bizantina un’importanza enorme. Da allora la confezione di icone divenne un’attività propriamente religiosa con fissazione delle figure e dei gesti compiuti dai personaggi che dovevano comparire nella raffigurazione, fino ad ottenere quella particolare caratteristica delle icone bizantine con sfondo d’oro che significa eternità, cessazione del tempo presente, contemplazione del paradiso e della gloria. In occidente, anche per l’arrivo di molte icone scampate alla distruzione, fino al tempo di Giotto nel XIII secolo, fu seguito lo stile bizantino, ma in seguito alla vigorosa ripresa del realismo promosso dal movimento francescano, nell’arte sacra fu introdotto il paesaggio, il lavoro nelle officine e nei campi, l’abbigliamento e l’architettura urbana del tempo dei comuni, fruendo di una libertà sconosciuta alla iconografia bizantina, rimasta sempre fedele alle forme elaborate nel secolo IX.
     L’iconoclastia si ripresenta puntualmente con la riforma protestante. Il rifiuto della Chiesa di Roma, del papa, della teologia elaborata nel medioevo, in un clima fortemente polemico, induce i riformatori a combattere gli abusi, che sicuramente c’erano, escludendo anche gli usi legittimi. Lutero avrebbe voluto conservare molto di ciò che la furia iconoclasta distruggeva, ma finì per considerare “indifferenti” le vesti liturgiche e gli arredi delle chiese. Zwingli distrusse dipinti, statue di legno e altari di pietra, escludendo dagli ambienti di culto anche gli organi. Il Grossmünster di Zurigo era affrescato come tutte le chiese medievali, ma i dipinti furono scalpellati e ricoperti di nuovo intonaco bianco. Tutti gli altari di pietra furono distrutti e quello centrale doveva esser di legno perché nell’Eucaristia si escludeva il ricordo di ogni carattere sacrificale. In Olanda andò cancellata tutta l’arte religiosa, ricchissima, del XIV e XV secolo. Le guerre di religione in Francia nella seconda metà del XVI secolo, provocarono la distruzione di numerosi edifici di culto, di immagini sacre, di reliquie di santi come quelle di san Francesco da Paola, reputate dagli Ugonotti un segno dell’odiato papismo da cancellare per sempre. In Inghilterra, le rovine pittoresche dei monasteri medievali col tetto crollato e i muri coperti d’edera, come Tintern Abbey celebrata da Wordsword, testimoniano il radicalismo con cui fu operata la riforma anglicana.
     Nel secolo XVII la Chiesa cattolica conobbe una notevole ripresa che rimane collegata con le chiese di stile barocco, con ricca ornamentazione, con numerosi altari laterali, con molti quadri di Santi, con un’arte accuratamente sorvegliata perché risulti devota e rigorosamente ortodossa, capace di rispondere alle esigenze della pietà popolare. Ma in quel secolo inizia l’allontanamento delle élites culturali confluite nella cultura illuminista che con le scienze della natura riteneva di essere entrata in possesso della chiave per conoscere il mondo e piegarlo ai fini del progresso, al riparo della tutela esercitata della religione e della Chiesa cattolica. Perciò l’apparato devozionale, la teologia, la metafisica aristotelica, in una parola tutta l’ingombrante eredità ricevuta dal passato viene messa da parte come pseudo-scienza, come superstizione, come patrimonio obsoleto e ritardante la costruzione di un mondo abitato solamente dall’uomo. Potenzialmente tutti gli aspetti che formano la tradizione cristiana (arte, libri, cultura, edifici, simboli primo tra tutti la Croce) rientrano nell’elenco di ciò che può essere distrutto perché giudicato inservibile, ostacolante, mortificante la nuova cultura dell’uomo che si riconosce nell’Enciclopedia, nella meccanica razionale, nella nascente chimica, nella geologia, nella botanica e nella zoologia evoluzionista. L’Illuminismo porta a compimento il processo di laicizzazione della società occidentale iniziato nel XIV secolo, un concetto espresso da Kant nella celebre affermazione che l’Illuminismo era il passaggio dell’umanità alla maturità, superando la fase della minore età in cui si dipende dai genitori. Il più radicale prosecutore di questa concezione è Auguste Comte, promotore del positivismo, che suggerisce la teoria dei tre stadi -teologico metafisico e positivo- ciascuno dei quali supera e rende obsoleto lo stadio precedente. In questa concezione la religione corrisponde alla visione del mondo adatta alle persone di modesta cultura che non possono assurgere agli assoluti della scienza, come potrebbero essere le donne, i contadini, i giovani che nella religione possono trovare un surrogato della filosofia. Si tratta degli ideali borghesi così come si erano configurati nel corso della rivoluzione francese. A loro volta gli ideali borghesi furono rovesciati dalla rivoluzione bolscevica del 1917, ossia dalla rivoluzione del proletariato che doveva attuare la propria dittatura sulla società fino alla distruzione delle classi sociali antagoniste. La religione doveva essere estirpata a tutti i livelli perché esercitava una funzione ritardante la conclusione della rivoluzione. Il comunismo, dovunque giunse al potere, fu attivamente iconoclasta, salvando solamente i grandi capolavori dell’arte, peraltro non più compresi in senso forte, perché le scene raffigurate non venivano inserite nel contesto del vangelo o della teologia cristiana, che non figuravano più tra i libri stampati o tra le materie di studio.
     Nel mondo libero, il radicalismo borghese, una specie di sinistra del liberalismo, promuoveva le note campagne a supporto dell’introduzione di divorzio, di aborto, di eutanasia, di omosessualità nella legislazione degli Stati liberi nel corso dell’equivoca rivoluzione del 1968, temuta come se fosse il trionfo del comunismo su scala mondiale e in seguito riconosciuta come momento di dissoluzione della società occidentale che affrettava la propria autodistruzione, mentre nel mondo retto dal comunismo avveniva l’implosione di un sistema politico incapace di guidare uno sviluppo comprendente un minimo di benessere e di libertà dei cittadini. Ora abbiamo una società retta da principi attenti solamente ai problemi dell’economia, con una politica volta a decidere la spesa pubblica che considera l’evasione fiscale come l’unica colpa moralmente grave. La religione e i suoi simboli risultano sconosciuti a gran parte dei nostri contemporanei, che perciò giudicano inutile il cristianesimo e lo vogliono escluso, anche come semplice menzione, dalla Costituzione europea, non tanto per negare che in passato abbia svolto una qualche funzione, ma per impedire che possa avere in futuro una qualche importanza. Il cristianesimo o scompare o deve limitarsi a una presenza interna alla coscienza individuale, senza manifestazioni in sede culturale, politica, sociale: in questo caso si parla di cattolicesimo adulto che risulta ininfluente, come il protestantesimo nelle sue varie denominazioni. Come si vede, si tratta di iconoclastia raffinata.
     L’Unione Europea ha seguito un proprio percorso difficile come una corsa a ostacoli. Gli organismi comunitari sono divenuti elettivi molto tardi. Molti funzionari europei, che sono espressione di poteri forti non dipendenti dal consenso popolare, hanno tentato di erodere il potere degli Stati nazionali per riservarlo al potere europeo. Quando fu presa la decisione di eleggere un Parlamento europeo, i partiti nazionali spesso vi inviarono i personaggi scomodi, un modo pratico per disfarsene. Costoro hanno reagito accentuando il radicalismo di massa con interventi che cercano di stabilire la curvatura delle banane o il modo di confezionare i formaggi o la cioccolata. Tra questi provvedimenti è comparsa la recente sentenza circa la presenza di simboli religiosi come il Crocefisso in scuole, ospedali, luoghi pubblici. La sentenza è stata provocata dal ricorso di alcune donne preoccupate perché i loro bambini rimanevano sconcertati, atterriti da tanta violenza. La cosa può sembrare strana in una società dominata da cartoni animati e da giochi elettronici di inaudita cattiveria. Si calcola che un bambino normale arrivi ai sei anni dopo aver visto migliaia di ammazzamenti, di pugni, di atti violenti operati dal proprio eroe preferito e poi, di fronte alla muta sopportazione del patibolo da parte di un uomo giusto che ha perdonato i suoi oppressori, rimane sconcertato ed esige che quel simbolo religioso venga rimosso, pur sapendo che il Crocefisso si è diffuso in Europa in modo trionfale da almeno mille anni, da quando l’Europa ha iniziato la ripresa culturale e politica che l’ha condotta ai vertici dell’espansione nel mondo intero. La Croce, che da patibolo è divenuta simbolo del trionfo dell’Europa, deve scomparire dalla vista di tutti perché attenta al supposto diritto di alcuni di non essere turbati dal ricordo della storia più stupefacente dell’umanità, quella di un Dio che ha tanto amato il mondo e che considera l’uomo la creatura di cui si compiace, al punto di costituirlo libero e capace di dire di no al suo creatore. Dio non ha dimenticato l’uomo, che pur si era ribellato: anzi, è disceso in terra, ha assunto la natura umana e si è offerto come vittima di un sacrificio in grado di riscattare e restituire all’uomo la sua antica condizione di privilegio. Come Socrate, Cristo ha dato la sua vita per la verità. Nessuno è obbligato ad accettare la storia accennata, ma ognuno dovrebbe comprendere la grandezza di un evento che alcuni considerano capitale per l’umanità e l’importanza del simbolo.
     Purtroppo è avvenuto un rovesciamento completo della funzione fondamentale della legge umana: un tempo si pensava che la legge indicasse in modo autorevole ciò che è giusto; ora la legge, confezionata seguendo gli orientamenti dell’opinione pubblica, più o meno manipolata, dice che è giusto ciò che essa prescrive, almeno fino alle prossime elezioni. Così la legge finisce per tutelare le mie personali idiosincrasie. In Lituania, ai tempi del comunismo, in nome del popolo venivano compiuti molti misfatti. La sensibilità religiosa suggeriva ai cristiani di piantare una croce per ogni morto su una collina, ben presto divenuta la collina delle croci, piantate a migliaia. Le autorità politiche distrussero più volte quella manifestazione di fede che poco dopo tornava a rinascere, ma alla fine è stato il comunismo a cadere. Non è una profezia, ma una certezza: tra poco, chiunque lo riterrà opportuno, innalzerà una croce nel proprio giardino come segno di libertà e le commissioni comunali saranno chiamate a giudicare se il progetto risponde ai canoni dell’arredamento urbano ecc.
     Iconoclastia significa cancellazione della memoria storica. In Egitto, Ramsete II tentò di cancellare le opere dei predecessori, facendo scalpellare le iscrizioni dai monumenti da loro costruiti, da sostituire con intestazioni a se stesso e perciò figura come il maggiore tra i faraoni egiziani. L’imperatore cinese che costruì la grande muraglia, tentò di far bruciare tutti i libri scritti in precedenza, perché la storia iniziasse col suo nome, ma molti letterati nascosero i loro manoscritti attendendo la morte dell’imperatore: forse noi dobbiamo fare la stessa cosa.
 

di Alberto Torresani

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