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(281) Martirio e speranza nella Chiesa di Cristo
Pubblicato il 12-02-2011 di Alberto Torresani
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MARTIRIO E SPERANZA

     A ben vedere, sul Golgota, in quel venerdì santo dell’anno 30, è avvenuto qualcosa di unico nella storia del mondo. La morte di Cristo è stata la suprema ingiustizia e la colpa più grave compiuta dall’umanità, e il volto sindonico atteggiato a estrema serietà lo conferma, tuttavia non si risolse nella massima tragedia dell’umanità. Al contrario, con la risurrezione di Pasqua si ebbe la certezza che se si muore con Cristo, si può anche risorgere con Lui. I discepoli, atterriti e dispersi nel venerdì santo, esultano nella Pasqua e divengono araldi intrepidi del Vangelo a Pentecoste, appena cinquanta giorni dopo.
     Paolo di Tarso è il personaggio che meglio di ogni altro ha compreso le conseguenze della passione, morte e risurrezione di Cristo, avvenimenti in grado di confermare che egli è vero Figlio di Dio, uguale al Padre per divinità, uguale all’uomo per l’umanità, e che in forza di questa doppia natura egli può fungere da ponte tra la terra e il cielo. Cristo, in quanto uomo perfetto, diventa l’unico modello per l’umanità e può salvarla mediante i sacramenti che rappresentano la permanenza di Dio  Spirito Santo in mezzo agli uomini. Mediante il battesimo i credenti possono “indossare” Cristo, entrare a far parte della sua famiglia, ripercorrere la sua stessa strada. Se lavorano, lavorano con Cristo; se mangiano e bevono lo fanno con Cristo; se soffrono persecuzioni a causa di Cristo, lo imitano nel percorrere la stessa via che li condurrà a risorgere con Cristo, qualora siano stati condannati a morte dagli uomini. Perciò l’inesorabile morte ha perduto il suo aculeo, non è la fine di tutto, l’ingresso nello squallido mondo dell’Ade, così triste anche quando non ci fossero patimenti.
     Col cristianesimo il mondo pagano viene rovesciato e le sue categorie di giudizio appaiono inconsistenti. Il mondo risulta totalmente cambiato. Esso diventa uno spazio limitato che dura per breve tempo, ma assai importante perché in quell’intervallo ogni uomo si gioca la salvezza e la felicità eterna. Se gli uomini, infliggendo la pena di morte a Cristo hanno affrettato il più grande beneficio che l’umanità poteva ricevere, allo stesso modo gli uomini che, per amore di Cristo, soffrissero la stessa condanna, diventerebbero per sé e per gli altri testimoni della promesse di Cristo, suoi imitatori, trionfatori accolti con ogni onore nella casa del Padre.
     Non possiamo minimizzare l’importanza assunta dal culto dei martiri. Nella Chiesa dei primi secoli la memoria dei martiri, il culto loro riservato nel dies natalis, il racconto della loro passione, col processo e l’esecuzione, letto e diffuso presso le comunità sorelle era considerata come alta testimonianza della misericordia di Dio verso la comunità che l’aveva accolto da neofita. I primi cristiani erano particolarmente colpiti dal martirio di donne e di giovani. Nel mondo antico per la donna esisteva solamente, come socialmente riconosciuta, la condizione di madre o di prostituta; nelle comunità cristiane fiorì la condizione di vergine consacrata, di vedova votata all’assistenza dei poveri e dei deboli della comunità, in completa parità cogli uomini. Nelle Passiones e negli Acta martyrum compare l’orgoglio che provavano i cristiani per Agata, Agnese, Perpetua, Felicita, Blandina… perché avevano affrontato le pene del martirio con coraggio più che virile. Ciò che più colpisce in quelle narrazioni è che non compare mai la condanna o la riprovazione dei torturatori, giudicati sconfitti, perché i veri trionfatori sono i martiri. Quando Tertulliano afferma che “il sangue dei martiri è semente di nuovi cristiani” testimonia lo stupore dei torturatori incapaci di comprendere una situazione inaudita. Il martire non muore da disperato, non rimpiange la luce della vita terrena che si spegne. Il loro aspetto è luminoso come se già vedessero l’ingresso nella vera patria. Vale sempre il noto adagio martyres non facit poena sed causa”: non ogni condannato a morte è un martire, ma solamente coloro che muoiono per essere fedeli a Cristo. Perciò Cristo e i suoi martiri hanno svelato il vero senso della vita, ignorato dal mondo pagano. Se la vita è confinata nell’orizzonte sensibile e la morte è l’ingresso nel nulla eterno, la vita diverrebbe una scommessa con l’uomo sempre perdente. Taluni conseguono nomea e ricchezza e forse pensano di esser fortunati, ma ben presto sopraggiunge la notte come ricorda Quasimodo in una famosa lirica: “Ognuno sta solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole. Ed è subito sera”. Perciò, in questa prospettiva, risulta spaventosa la condizione dei poveri, dei malati, di chi e privo di doti di natura o di fortuna, che lavora senza accumulare, in balia di altri uomini dal carattere astuto o violento, senza conoscere il dono dell’amore o dell’amicizia. C’è un poemetto del Pascoli, intitolato “In occidente”, rievocante la morte in solitudine di un gladiatore, un Geta, che ha combattuto nell’arena rimanendo ferito a morte, consolato dall’angelo che gli annuncia la nascita di Cristo: il poemetto termina coi versi “non sapeano i sette colli assorti /ciò che voi sapevate o catacombe”.
     La cosa più clamorosa è che nel corso della storia del cristianesimo il martirio è sempre stato presente. Alcuni semplificano il problema affermando che subito dopo la pace di Costantino del 313, i cristiani sarebbero divenuti a loro volta persecutori dei pagani, dimenticando che in mezzo c’è stata la decisione dello Stato di accogliere le istanze cristiane facendole assurgere alla condizione di leggi dello Stato.
     La cultura occidentale è molto più complessa delle altre culture dell’Asia che si apprestano a scalzarla –la cultura cinese; la cultura indiana nelle due versioni buddista e indù; la cultura islamica- . La cultura occidentale ha una genesi tragica, avendo come inizio la condanna a morte di Socrate, da lui accettata serenamente, nella convinzione che i giudici, pur ritenendo di infliggere la pena più grave, in realtà liberavano Socrate dal fardello sempre più oppressivo della vita. Infatti, o i morti entrano in un sonno senza sogni e senza risveglio, condizione migliore che vivere nella menzogna, oppure vengono ammessi alla compagnia dei saggi antichi di cui tutti ammiravano la sapienza. Le ultime parole rivolte ai giudici, secondo il racconto di Platone, furono: “Ma ormai è ora di andare, per voi a vivere, per me a morire. Chi di noi vada verso un destino migliore a tutti è ignoto tranne che a Dio”. Le culture dell’Asia non sono tragiche, sono saggezze pratiche, arte di passare indenni attraverso le tempeste della vita, suggerendo moderazione, rinuncia a lottare per affermare una assurda vittoria sul nulla, da cui veniamo e a cui dobbiamo tornare. Al nulla viene contrapposto da alcuni una specie di ascetismo stoico, da altri un epicureismo pratico, del tipo carpe diem. Per entrambe queste posizioni, la speranza cristiana appare come una pericolosa espressione di fanatismo religioso, con in più il difetto di essere sorta in occidente e di apparire come un tentativo di neocolonialismo nei confronti dell’Asia. Dal momento che la superiorità tecnologica sta per trasferirsi in Asia, si vuole escludere l’influsso della filosofia e della religione dell’occidente, ormai destinato a un inviluppo autodistruttivo. Tuttavia, alcuni cristiani si ostinano ancora a far breccia tra gli asiatici e perciò occorre eliminarli. Infatti, il persecutore si ritiene sempre in possesso di motivi razionali superiori a quelli espressi dai perseguitati. Egli pensa di rendere un servizio alla ragione, alla cultura, a Dio perseguitando alcuni ritardati mentali.
     Il cristianesimo, nel mondo antico, letteralmente sfondava la cultura classica. Il verbo “sfondare” a qualcuno non piace, ma rimane il più appropriato. I primi storici della Chiesa parlavano di dieci persecuzioni, forse cercando di suggerire l’analogia con le piaghe d’Egitto al tempo di Mosè. La persecuzione di Nerone fu attribuita al pessimo tra gli imperatori e perciò gli immediati successori la fecero cessare. I cristiani, in particolare papa Clemente, attribuivano la persecuzione all’invidia degli ebrei di Roma che non furono colpiti: tra le vittime di Nerone c’erano solo ebrei cristiani come Pietro, numerosi nel I secolo, ma destinati a scomparire dopo il congresso ebraico di Jamnia dell’82, quando gli ebrei decisero di scacciare dalle sinagoghe gli ebrei cristiani. In seguito, alcune persecuzioni furono scatenate da imperatori giudicati tra i migliori, come Traiano, Adriano, Marco Aurelio. Nel II secolo la cultura pagana conobbe un revival nostalgico, nel tentativo di restaurare il bel tempo antico, come si coglie dalle Vite parallele di Plutarco, sacerdote di Apollo e celebratore delle virtù pagane. Egli considerava i cristiani uomini senza dignità e decoro, perché ammettevano nelle loro comunità gli schiavi e le donne su un piede di parità. Nel III secolo, tra il 240 e il 270 Plotino profuse a Roma un insegnamento prestigioso che sembrava capace di placare le ansie religiose presenti in quella società, resa inquieta dalla percezione del tramonto ormai imminente, suggerendo la possibilità di esperienze mistiche. Difficilmente possiamo sottrarci al fascino di parole potenti delle Enneadi di Plotino che così esprime l’ascesa alla contemplazione dell’Uno-Tutto: “Questa è la vita degli dèi e degli uomini felici: affrancamento dalle cose estranee di questo mondo, vita che non prova piacere per le cose di quaggiù, fuga di solo a Solo”. Dopo Plotino, i pagani oppongono alla crescente diffusione del cristianesimo una specie di congiura del silenzio: li disprezzano come se fossero ininfluenti, ma di fronte ai barbari entrati entro i confini dell’impero, i pagani non sapevano che cosa fare, cedendo alla disperazione.
     I cristiani risposero con l’evangelizzazione dei barbari, certamente lunga e faticosa, iniziata dai monasteri benedettini rimasti a lungo come oasi di razionalità all’interno di una società che sembrava retta dalla logica della spada. L’operazione si concluse nel XII e XIII secolo con la riscoperta di Aristotele e la creazione delle università. Nel corso del mezzo millennio successivo l’Europa stabilì il suo dominio sul resto del mondo.
     Al termine di una conversazione avente per tema le persecuzioni subite dai cristiani, uno dei presenti mi chiese perché non parlavo delle persecuzioni inflitte dai cristiani a eretici o ebrei. Era un modo per affermare che perseguitati e persecutori cambiano ruolo, ma rimangono identici. Costantino, nel 313, si accorse che i cristiani formavano una forza consistente nell’Impero che correva pericoli se non li riconosceva e perciò ne ammise l’esistenza. Teodosio, nel 381, ritenne che l’Impero doveva proclamarsi cristiano, mettendo da parte la componente pagana che supplicava dèi incapaci di opporsi ai barbari. Per di più, alcune stirpi germaniche si erano convertite al cristianesimo, sia pure secondo la versione eretica degli ariani, e solamente i papi sembravano avere l’autorità per fermare personaggi come Attila o Genserico. Con Carlo Magno il cristianesimo divenne l’unico supporto culturale per unire tradizioni molto varie tra loro presenti nelle tribù germaniche. Era come dire che le leggi cristiane assumevano il valore della legge civile fondante la vita dello Stato. Quando i papi si accorsero che con la rinascita del Sacro Romano Impero di nazione germanica i vertici ecclesiastici –papi, vescovi e abati- erano scelti dagli imperatori secondo criteri politici e non religiosi, iniziò quel periodo che va sotto il nome di “riforma gregoriana” culminato con la decisione di riservare la nomina dei papi al collegio dei cardinali e quella dei vescovi ai capitoli delle cattedrali. Perciò, il movimento per la laicità dello Stato, che non deve interferire nelle questioni interne della Chiesa, è frutto di un’iniziativa ecclesiastica, come sostiene con acutezza il grande costituzionalista Ernst-Wolfgang Böckenförde. Marsilio da Padova, al contrario, riteneva che la pace civile poteva venir assicurata unicamente dallo Stato in possesso di tutti i poteri, lasciando al papa unicamente il potere di decidere che cosa era di fede o meno, ma lasciando allo Stato il potere di ratificare quella decisione, se la riteneva opportuna. Quando Cavour affermava “libera Chiesa in libero Stato”, il De Sanctis aggiungeva a modo di chiosa: “Purché si convenga che in questo momento lo Stato è tutto e la Chiesa è niente”, un’affermazione di cui si apprezza l’estrema chiarezza.
     Con la Riforma protestante, lo Stato si era assicurato il controllo delle Chiese locali, incamerandone il patrimonio. Poi la vita ecclesiastica fu regolata da un ministero del culto che provvedeva alla nomina del personale ecclesiastico e alla sua formazione. Anche negli Stati rimasti cattolici avvenne un crescendo dell’intervento statale che divenne oppressivo al tempo delle riforme ecclesiastiche di Giuseppe II, costringendo il papa Pio VI al noto viaggio fino a Vienna, ma senza concedergli nulla oltre il fasto dell’accoglienza. Nel frattempo aveva avuto tempo di diffondersi il deismo, una specie di religione razionale senza dogmi e senza divieti, da praticare all’interno della coscienza senza manifestazioni esterne. Nel XVIII anche il deismo fu messo da parte dagli atei radunati interno all’Enciclopedia francese: costoro dichiaravano che con la crescita impetuosa delle scienze della natura, in possesso dell’unica descrizione dell’universo davvero efficace e operativa, cadeva ogni fondamento metafisico del sapere umano. Infatti, il nuovo metodo di far scienza stimava che solamente ciò che risulta misurabile forma una conoscenza certa. Con le scienze della natura si poteva costruire il mondo nuovo, abitato da un uomo nuovo finalmente liberato da ogni condizionamento religioso. Questo è il punto di partenza della rivoluzione francese che, con spreco di ottimismo, inventò la ghigliottina per imporre il governo della ragione. Di conseguenza fu vietato il culto pubblico cattolico, sostituito con culti alla dea ragione o all’Ente supremo scontentando tutti, che trovavano più conveniente un ateismo puro e semplice. Poi venne Napoleone che comprese l’utilità di lasciar cadere il radicalismo giacobino. In seguito tramontò anche Napoleone, lasciando il potere a governi borghesi che vararono un compromesso: il cristianesimo andava bene per le donne, i bambini e i contadini che, senza un chiaro dominio della razionalità, devono adattarsi a una rappresentazione oggettiva dei doveri umani, mentre gli uomini andavano all’università e comprendevano a fondo come far funzionare la società. Con la fine della Prima guerra mondiale, in alcuni paesi i partiti borghesi furono sopraffatti dalla rivoluzione marxista che a sua volta favorì l’arrivo al potere dei movimenti fascista e nazista che fecero di tutto per precipitare l’Europa verso la sua autodistruzione. Andrea Riccardi, per impulso del papa Giovanni Paolo II, ha potuto scrivere il suo libro Il secolo del martirio. I cristiani nel Novecento, giungendo alla constatazione che il secolo appena terminato ha visto più martiri per la fede cristiana rispetto ai diciannove secoli precedenti, compresi anche i secoli delle persecuzioni di Roma antica. Si deve concludere che la predizione di Cristo “se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” si è pienamente realizzata, ma occorre anche ammettere la realizzazione di queste altre parole: “Ed ecco, io sarò con voi fino alla fine dei secoli”.

di Alberto Torresani

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